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Danilo Bologna

Moria di massa per le api: è allarme

Un nuovo studio ha individuato alcune delle probabili cause della morte di una moltitudine di api: negli ultimi 6 anni, circa 2 miliardi di alveari sono stati spazzati via per il CCD, ovvero il Colony Collapse Disorder.
Le principali ragioni di tale sterminio sono riconducibili a pesticidi, parassiti e la scarsa nutrizione delle stesse api.  Gli scienziati dell’università del Maryland e del Dipartimento dell’Agricoltura americano hanno pubblicato alcuni risultati che evidenziano i danni provocati da pesticidi e fungicidi che contaminano il polline che poi le api utilizzeranno per nutrire i loro alveari. Dennis vanEngelsdorp, uno dei principali autori dello studio, afferma: “E’ molto probabile che i fungicidi infettano le api e penso sia necessario rivalutare l’etichettamento di questi prodotti chimici agricoli“. Infatti, le etichette sui pesticidi avvertono gli agricoltori di non spruzzare tali prodotti nel momento in cui, nella fase di impollinazione, vi sono delle api nelle vicinanze; queste precauzioni, però, non sono applicate ai fungicidi.
Generalmente si pensa alle api come degli insetti pericolosi per il loro pungiglione contenente veleno e si tende a trascurare, invece, la loro l’utilità per l’ecosistema. Innanzitutto, il loro lavoro di impollinazione è indispensabile per la varietà di frutta e diversi vegetali; di conseguenza, meno vegetazione equivale a meno animali erbivori, e così via. Inoltre, producono il miele, un alimento che, in generale, oltre a essere gustoso è anche un efficace antibatterico, è utile alla cura del sistema emopoietico, favorisce la cicatrizzazione e l’idratazione, migliora sonno e concentrazione; sciolto nel latte o nel tè aiuta contro la tosse e il catarro, funge da antinfiammatorio per le vie respiratorie e tante altre cose a seconda del tipo di miele utilizzato. Perciò, questa misteriosa moria di massa delle api è un evidente segnale d’allarme.

Coltan: minerale al centro di conflitti in Congo

Il coltan è un minerale composto da columbite e tantalite, molto prezioso in Congo e quindi anche una delle principali cause della guerra civile. Infatti, le riserve minerarie sono soprattutto sfruttate dai militari dei paesi confinanti, come Rwanda, Burundi e Uganda. 
All’interno di queste miniere lavorano adulti (pagati circa 18 centesimi al giorno) ma anche bambini, che spesso vengono rapiti e costretti a lavorare nei cunicoli più angusti a 9 centesimi l’ora. Questa situazione è stata opportunamente denunciata in un video intitolato “Blood in the mobile“, in cui sono sottolineati i costi in termini di vite umane e di sfruttamento minorile. Si tratta di un massacro silenzioso che produce dei profitti enormi (milioni di dollari) per le multinazionali: dal coltan si estrae la tantalite, minerale ampiamente utilizzato per la costruzione di componenti tecnologiche come laptop e cellulari. Ma la strage non è causata solo dal lavoro distruttivo degli “operai” congolesi, ma anche dallo stesso coltan, contenente una parte di uranio, che raccolto a mani nude può provocare tumori e impotenza sessuale. Non è facile rintracciare le aziende protagoniste di questa tragica situazione, ma i nomi che risultano più colpevoli sembrano essere quelli di Nokia, Eriksson e Sony. Purtroppo, per ora, non si conosce di più: l’intreccio dei giri di affari è alquanto complesso e l’atmosfera di quelle terre non è affatto tra le più armoniose.
Ma ora sappiamo abbastanza per non rimanere indifferenti e per divulgare queste notizie nel tentativo di cambiare le cose. Questa non è una storia lontana, che non ci tocca; è invece una storia che ci riguarda tutti i giorni: quando si parla o si messaggia con il cellulare, quando lavoriamo o trascorriamo del tempo libero con PC, Notebook, tablet e tecnologie simili. Perciò, un attimo di riflessione è quasi obbligatorio. Prima di effettuare un acquisto, magari, sarebbe meglio informarci sui materiali e la provenienza del prodotto per non ritrovarci con le mani sporche del sangue di povere persone.

Guantanamo: alimentazione forzata ai detenuti

Circa 45 detenuti a Guantanamo (il campo di prigionia americano sull’isola di Cuba) sono stati sottoposti ad alimentazione forzata. L’organizzazione dei diritti umani Reipreve ha voluto effettuare una dimostrazione di tale procedura grazie alla collaborazione del rapper Yasiin Bey (in arte Mos Def). Il video riportato di seguito è straziante, ma documenta in maniera esplicita ciò che è avvenuto qualche settimana fa.

I prigionieri di Guantanamo hanno poi presentato una mozione per fermare questa pratica, sostenendo che si tratta di vera e propria tortura. L’alimentazione forzata è infatti considerata dalla American Medical Association, dalla World Medical Association e dal Comitato Internazionale della Croce Rossa una violazione delle etiche mediche. Inoltre, la questione diventa più scottante nel momento in cui subentra la religione: vi sono anche coloro i quali praticano il Ramadan, ovvero il rito del digiuno. Diverse volte la Casa Bianca ha fatto appello al Congresso per chiudere la prigione, ma gli esiti non sono mai stati positivi. Lo stesso presidente Barack Obama non si è mai pronunciato tanto a riguardo e quindi non ha mai cercato di risolvere la situazione attraverso un ordine esecutivo: le motivazioni sono ancora sconosciute. Ciò che ormai si conosce bene, è che su quella parte dell’isola sono avvenute delle violazioni dei diritti umani, e bisogna fare in modo che non si ripetano più.

4 bombe USA sulla barriera corallina australiana

Sabato scorso durante la Talisman Saber, l’esercitazione militare congiunta tra Usa e Australia iniziata il 15 luglio, sono state sganciate 4 bombe “inattive” sulla barriera corallina australiana, ecosistema patrimonio dell’UNESCO.
I due aerei in questione (AV-8B Harrier jet), secondo le spiegazioni fornite dai militari, avevano esaurito il carburante e quindi, in tale situazione di emergenza, i piloti hanno deciso di liberarsi del peso scaricando le suddette bombe. La situazione risulta molto più grave se si considera che in quel momento erano presenti nell’area protetta anche imbarcazioni di civili. La marina militare degli Stati Uniti sta progettando un piano di recupero per gli ordigni e gli stessi militari sottolinenano che le bombe sono inattive e che quindi non ci sono grandi pericoli; della stessa idea è la Difesa australiana. Ad opporsi in modo diretto è la senatrice Larissa Waters del Partito dei Verdi: “Siamo completamente impazziti? E’ questo il modo in cui si tutelano le nostre aree Patrimonio Mondiale adesso? Lasciare che una potenza straniera ci sganci sopra delle bombe?“.
Difficile affermare che si tratti di una situazione di poco conto. I due governi sembrano intenzionati a non voler fornire ulteriori descrizioni e dettagli dell’accaduto. Il fatto che si tratti di un’esercitazione militare, secondo loro, dovrebbe bastare per rispondere a qualsiasi tipo di domanda. Ma, trattandosi di un’esercitazione, era necessario caricare gli aerei con delle bombe, seppure fossero “innocue”? Esistono bombe non pericolose? Ciò che è successo è grave. Intanto le esercitazioni continuano e termineranno solo il 6 agosto: speriamo che nel frattempo non caschi nessuna bomba a causa di qualche “incidente”.

Fonte: http://www.ecoblog.it/post/104301/bombe-usa-su-barriera-corallina-in-australia-per-i-militari-e-stato-un-incidente?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+ecoblog%2Fit+%28ecoblog%29

Scie chimiche: per approfondire

Spesso si fa molta confusione, soprattutto quando entrano in gioco lo scetticisimo e la disinformazione. Il tema delle scie chimiche è molto controverso, diverse persone tentano di formulare delle ipotesi convincenti, altre forniscono spiegazioni senza nemmeno provare ad approfondire l’argomento. Vale la pena farsi un giro tra i contenuti di sciechimiche.org, un sito web ricchissimo di informazioni, documenti, dossier, articoli, foto, video e altri vari links.

Cosa sono quelle scie biancastre che alcuni aerei lasciano dietro? Semplice: sono scie di condensazione, ovvero i gas caldi prodotti dai motori degli aerei entrano in contatto con con l’aria fredda dell’atmosfera favorendo il processo di condensazione. Normalmente, le scie di condensazione si dissolvono entro 50 secondi, o al massimo in pochissimi minuti: insomma, non possono durare a lungo. La loro formazione deriva da precise condizioni atmosferiche:

– Temperatura inferiore ai 40°C
– Umidità relativa non inferiore al 70%
– Quota di almeno 8000 metri.

Ma vi sono anche delle scie che non rientrano in questi parametri: sono larghe, possono durare anche ore e si dilatano formando una patina biancastra persistente. Ciò sarebbe dovuto a causa dell’azione delle sostanze chimiche come sali di bario, ossido di alluminio, torio e altri metalli pesanti. Nessun governo ha voluto affrontare seriamente questo problema, quindi non si possono conoscere con esattezza i contenuti delle scie e lo scopo del loro impiego. Quello che è sicuro è che molti ricercatori, da un po’ di tempo a questa parte, hanno iniziato a raccogliere dati e informazioni per analizzare meglio questo fenomeno, e che i composti chimici finora individuati possono rivelarsi molto dannosi per l’ambiente e la nostra salute. Infatti, l’eccessiva esposizione ambientale del solo alluminio può essere la causa di malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer, il morbo di Parkinson e la sclerosi laterale amiotrofica.

Perché dovremmo farci del male? Ormai questa domanda non sorprende quasi più. Le principali ipotesi sono legate al controllo climatico e al campo militare, nello specifico al caso H.A.A.R.P.. L’atteggiamento giusto sarebbe quello di non dare per scontato che siano tutte sciocchezze, ma di indagare con occhio critico le informazioni alternative che spesso si trovano nel web. Per questo invito tutti a visitare il sito per consultare le foto, i video, le analisi chimiche, le documentazioni storiche e le ipotesi.