Ed ecco che arriva anche il parere dell’ingegnere inglese Kevin Warwick sul futuro dell’intelligenza artificiale (IA) e della cibernetica. Warwick è vice-cancelliere per la ricerca presso la Coventry University, autore e co-autore di più di 600 articoli scientifici. È stato anche professore di cibernetica presso la Reading University.

Di recente ha pubblicato un documento intitolato “The Future of Artificial Intelligence and Cybernetics“. Il titolo della pubblicazione è di per sé già esplicativo, ma ti spiegherò in breve i suoi contenuti.

 

Introduzione

Nel documento Warwick descrive diversi esperimenti che consistono nella fusione tra biologia e tecnologia attraverso la cibernetica. Una fusione che l’autore definisce “relativamente permanente“.

Gli esperimenti sono sovrapposti, ma Warwick fa delle considerazioni per ognuno di essi. Evidenzia alcuni aspetti riguardo i progressi tecnologici del prossimo futuro e le relative conseguenze.

Non si tratta di un documento conclusivo. L’obiettivo di Warwick è quello di aprire il campo di ricerca per vedere cosa comporta e capire quali sono le sue implicazioni.

Partiamo dall’esperimento n° 1.

 

1. Cervelli biologici in un corpo robotico

Di solito pensiamo il collegamento tra cervello e tecnologia come un dispositivo nel nostro corpo che ci permette di fare certe cose. Qui Warwick, però, considera un altro tipo di fusione tra biologia e tecnologia. Ovvero la possibilità di crescere un cervello in laboratorio da inserire poi in un corpo robotico.

Anche nel caso del robot, spesso pensiamo dapprima a una macchina dalle sembianze umanoidi o dotata di ruote. Una macchina che è controllata da remoto, oppure tramite un programma, oppure ancora in grado di apprendere autonomamente grazie a un microprocessore. Ma in tutti questi casi consideriamo il robot semplicemente come una macchina.

Allora Warwick chiede: “E se il robot avesse un cervello biologico costituito da cellule del cervello (neuroni)?

Egli pensa a un corpo robotico che possa spostarsi grazie a questo tipo di cervello. Gli studi oggi si concentrano sulla formazione della memoria e sui meccanismi di punizione/ricompensa, ovvero sugli elementi alla base del funzionamento di un cervello.

Grazie a delle tecniche sofisticate, è possibile coltivare delle reti di neuroni in vitro. Tutto parte dalla separazione dei neuroni ottenuti dal tessuto corticale del feto di un roditore. Alla fine, dopo diverse operazioni, è come se si avesse un cervello in un barattolo. Dopodiché il cervello così sviluppato potrà essere impiantato nel corpo di un robot. Detto così sembra molto semplice, ma in realtà ci sono tanti diversi passaggi tra le due fasi.

Al momento, lo scopo della sperimentazione è quello di permettere al robot di seguire un percorso per avvicinarsi a un muro e cambiare direzione. La buona riuscita dipende da diversi fattori, come l’elaborazione dei segnali e degli stimoli o la connessione che si crea tra i neuroni. A volte i risultati sono positivi, altre volte no. Ma per quanto riguarda la robotica, questo esperimento ha dimostrato che un robot può avere un cervello biologico che gli permette di prendere decisioni.

Un robot e un cervello riprodotto in vitro

In futuro potremmo far funzionare anche altri sensori, come quello infrarossi, quello visivo e quello audio. Al momento gli scienziati riescono a ricreare reti neurali con 100.000 o 150.000 neuroni. Quando avremo bisogno di connessioni tra milioni di neuroni, beh, le cose diventeranno ancora più complesse.

Inoltre stiamo parlando di neuroni recuperati da roditori. Coltivare neuroni umani, in futuro, significherebbe affrontare anche una questione etica rilevante. Se supereremo la questione etica, dovremo affrontare quella pratica. Il cervello umano ha circa 100 miliardi di neuroni: riusciremo a riprodurre connessioni neurali di questa portata? Ma soprattutto, dovremo farlo? Se un robot avrà un cervello come quello umano, dovrà avere anche i nostri stessi diritti?

 

2. Impianti cerebrali multiuso

Oggi adottiamo già delle interfacce cervello-computer per scopi terapeutici. Ma secondo Kevin Warwick, ci sono altri modi con cui possiamo sfruttare questa tecnologia. E lo scopo non è solo terapeutico: potremmo adottare le BCI (brain-computer interface) per il potenziamento umano.

Immagina chi ha subìto una lesione spinale, un’amputazione o un ictus. Le interfacce cervello-computer permettono loro di recuperare un certo tipo di controllo di strumenti e dispositivi. In alcuni casi è come se avessero un organo sensoriale aggiuntivo. Come una persona che può spostare il cursore del mouse sullo schermo di un pc usando i segnali neurali. O come una persona non vedente che sfrutta una tecnologia tipo sonar per spostarsi da un ambiente all’altro. Queste tecnologie non curano, ma dotano le persone di altre capacità sensoriali.

Uno degli studi più interessanti è stato fatto con un microelettrodo lungo 1,5 mm e con un diametro inferiore a 90 micron. Questo sistema si chiama BrainGate e ha permesso a pazienti con SLA di “scrivere” circa 6 parole al minuto e di controllare braccia robotiche con i segnali neurali.

Lo stesso Kevin Warwick ha sperimentato simili tecnologie sul suo corpo. Di seguito alcuni dei risultati che ha ottenuto.

  • Input extrasensoriale (ultrasonico) impiantato con successo (vedi la foto più sotto).
  • Controllo esteso di una mano robotica attraverso internet con tanto di feedback neurale per restituire il senso di forza applicata sulle dita robotiche.
  • Una forma primitiva di comunicazione telegrafica tra 2 sistemi nervosi (il suo e quello della moglie).
  • Una sedia a rotelle guidata attraverso i segnali neurali.
Un microelettrodo
Un microelettrodo

In futuro, una persona con una tecnologia del genere potenziata potrebbe incrementare le abilità matematiche, migliorare la memoria a lungo termine e acquisire sempre più conoscenze tramite internet. Ma anche qui sorgerebbero delle questioni etiche importanti. L’adozione di queste tecnologie sarà consentita solo per scopi terapeutici o anche per potenziarsi?

Kevin Warwick sostiene che una notevole influenza sarà esercitata dal mercato. Tuttavia, c’è un’opportunità che lo affascina e che ritiene sia da non farsi sfuggire. Quella di poter comunicare pensieri, emozioni, sentimenti, colori e idee direttamente da cervello a cervello. Un’opportunità da ricercare anche se dovessero scaturire differenze cognitive e sociali tra chi ha un chip nel cervello e chi no? Come dice Warwick, è tutto da vedere.

 

3. Interfacce cervello-computer non invasive

Per qualcuno le interfacce cervello-computer descritte prima possono sembrare eccessive. Non è un caso se oggi gli scienziati si concentrano di più su tecnologie basate sull’elettroencefalografia (EEG). Tale tecnologia non è invasiva, necessita di una discussione etica meno impegnativa e i suoi costi sono più ridotti.

Diversi gruppi di ricerca hanno adottato l’EEG in alcuni esperimenti che prevedevano l’accensione di luci, il controllo di un piccolo veicolo robotico e l’identificazione del tocco delle dita per le protesi. In generale, si tratta di una tecnologia utile per studiare alcuni aspetti del funzionamento del cervello per scopi medici. Per esempio, può fornirci informazioni sulle crisi epilettiche e sul disturbo ossessivo compulsivo.

Tuttavia, per quanto possa essere utile oggi, in futuro non ci sarà un uso diffuso di questa tecnologia. Qualcuno ha sperato di poterla sfruttare per guidare l’auto senza mettere le mani sul volante. Ma ti ci immagini in auto con un cappelletto di elettrodi? E poi, ne vale davvero la pena? Kevin Warwick sostiene che i veicoli autonomi sono una possibilità molto più concreta.

 

Conclusioni

Nella parte conclusiva del documento, Kevin Warwick ritorna sulle questioni più delicate dell’argomento. E lo fa attraverso delle domande.

Nel caso di un cervello umano nel corpo di una macchina, il robot dovrà avere gli stessi nostri diritti? Se uno dei due elementi venisse spento, sarebbe un atto di crudeltà nei confronti dei robot? La ricerca dovrebbe proseguire a prescindere? Sono domande che necessitano di risposte perché non siamo poi così lontani dall’avere robot che possono contare su neuroni umani.

Le potenzialità degli impianti cerebrali multiuso sono affascinanti: l’estensione delle capacità fisiche e cognitive. In questo scenario, gli umani sarebbero in grado di fondersi con delle macchine. Ma quale sarà il livello di accessibilità? Il divario sociale tra chi potrà potenziarsi e chi no procurerà malumori e disordini?

Le interfacce non invasive, invece, saranno utili per il monitoraggio ma non per la stimolazione. Continueremo ad usarle per imparare altro sul funzionamento del cervello: ma per quanto tempo ancora? Ad un certo punto diventerà una tecnologia obsoleta?

Il futuro della cibernetica e dell’IA secondo Kevin Warwick si baserà essenzialmente su queste tecnologie. Alcune verranno potenziate e migliorate, altre saranno destinate a scomparire. Ma una tecnologia potenziata porta con sé anche nuove sfide etiche e sociali.

La fantascienza può fornire materiale da cui anche gli esperti possono trarre ispirazione. Ma il bello qui è che Warwick ha citato esperimenti già effettuati che aprono possibilità concrete per il futuro.

Ora, però, la scienza non ha fatto solo un esercizio di recupero ma, nel portare alcune di queste idee lanciate dalla fantascienza, ha introdotto aspetti pratici a cui le storie originali non sembravano arrivare (e in alcuni casi ancora non ci arrivano).

Foto copertina: Flickr

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