Ogni giorno regaliamo al web i nostri dati digitali. A volte lo facciamo con consapevolezza, altre volte con superficialità. Qualcuno tiene molto alla privacy, qualcun altro la sottovaluta e ad altri invece sembra importare poco.

La notizia che sto per riportare, però, dovrebbe sollevare qualche preoccupazione. Siamo abituati a una tecnologia come quella adottata da Facebook che è in grado di riconoscere i volti nelle foto. Ma se questa tecnologia fosse in grado di riconoscere i volti delle persone anche con un’immagine poco chiara?

Alcuni ricercatori tedeschi ci stanno lavorando. Il loro scopo è quello di farci capire che possiamo sviluppare sistemi di riconoscimento molto potenti e invasivi. Una tecnologia del genere potrebbe smontare qualsiasi contromisura grafica abbiamo adottato per “proteggere” le nostre foto.

Un sistema di riconoscimento facciale davvero invasivo. Le foto più al sicuro sono e saranno quelle che non state caricate online.

Senza guardarti negli occhi

I ricercatori del Max-Planck Institute hanno pubblicato il loro studio su airXiv. La tecnologia su cui stanno lavorando è impressionante. Un sistema di riconoscimento facciale che può identificare un soggetto anche se nell’immagine il suo volto è oscurato o poco nitido.

Gli scienziati si sono concentrati su una serie di immagini caricate sui social media dove le persone sono state immortalate mentre compiono diverse azioni, in diversi contesti e con diversi punti di vista. Hanno poi scelto 4 categorie di foto:

  1. pienamente visibile
  2. sfocata
  3. riempita di nero
  4. riempita di bianco

Dopodiché hanno costruito una “rete neurale siamese” e l’hanno addestrata con il dataset PIPA (People In Photo Album), ovvero circa 40.000 foto inserite su Flickr da circa 2.000 persone che appaiono in diversi gruppi sociali (amici, colleghi e parenti) in diversi contesti (lavoro, vacanze, conferenze, matrimonio, ecc.).

La rete neurale sfrutta così i dati acquisiti per prevedere l’identità dei volti offuscati attraverso il rilevamento di somiglianze nell’area intorno alla testa e al corpo della persona. L’accuratezza del sistema varia in base alla quantità di volti visibili presenti nel database. Anche con l’1,25% dei casi in cui il volto di una persona è del tutto visibile, il sistema riesce a riconoscere un viso offuscato con un’accuratezza del 69,9%.

Significa che, anche se provassimo a sfocare al massimo e nel database ci fosse almeno una foto dove il nostro volto è perfettamente visibile, il sistema avrebbe buone possibilità di identificarci. Quando il numero dei volti ben visibili presenti nel database aumenta fino a 10, così aumenta anche la percentuale di accuratezza del sistema di riconoscimento: 91,5%.

Il riconoscimento di una persona, quando i suoi vestiti, l’illuminazione e il contesto cambiano in diversi eventi risulta più difficile rispetto a quando questi non cambiano. La percentuale di corretta identificazione dei volti censurati con rettangoli o quadrati di colore nero scende dal 47,4% al 14,7%. Ma nonostante ciò, il riconoscimento è 3 volte più preciso rispetto all’identificazione dei visi offuscati attraverso una previsione cieca, ovvero con la migliore ipotesi in assenza di analisi delle immagini.

Insomma, possiamo offuscare, censurare e sfocare i volti nelle foto quanto vogliamo, ma il sistema avrà sempre una possibilità di riconoscerli. È il primo sistema di riconoscimento facciale che non ha bisogno di facce da analizzare per identificarci. O almeno è il primo che è stato descritto pubblicamente.

Privacy a rischio

Inutile girarci intorno: i pericoli di una violazione della privacy online sono sempre dietro l’angolo. Soprattutto per chi ha poca conoscenza del mezzo e per chi condivide senza limiti gran parte degli aspetti della propria vita. Lo studio dei ricercatori tedeschi sottolinea proprio questo aspetto:

È chiaro che i dati visivi contengono informazioni private, ma le implicazioni per la privacy della disseminazione di questi dati non sono chiare, nemmeno per gli esperti di visione artificiale. Stiamo mirando a una comprensione trasparente e quantificabile della perdita di privacy provocata dalla condivisione online di dati personali, sia per chi carica sia per le altre persone che appaiono nei dati.”

Se ci preoccupiamo della nostra privacy sul web è un bene. Ma non dimentichiamo che spesso con la condivisione di informazioni e di immagini online mettiamo a rischio anche la privacy degli altri: amici, parenti, colleghi, persino sconosciuti. Se qualche volta sei stato/a vittima di un “taggatore cronico” da social network o hai potuto vederlo in azione, allora avrai di sicuro le idee più chiare.

I ricercatori hanno evidenziato anche l’alta probabilità dell’esistenza di sistemi simili a quello a cui stanno lavorando ma che non sono stati resi noti al pubblico. I dati sono il nuovo petrolio. Sempre più aziende sono alla ricerca di metodi innovativi e precisi per la raccolta di informazioni a fini pubblicitari.

Un giorno leggeremo sui dispositivi annunci pubblicitari basati sulle nostre foto condivise e che condividiamo online. Non servirà sfocare volti oppure offuscare alcuni dettagli: l’intelligenza artificiale ci riconoscerà comunque. Allora le aziende sapranno che Anna avrà bisogno di un rimedio per le punture di zanzare perché su un solo braccio ne aveva 3; che Luca avrà bisogno di comprare le nuove scarpette da ginnastica, rovinatesi durante l’ultima partitella al parco; che Michela dovrà assolutamente provare il nuovo drink.

Società ed organizzazioni potranno sapere molto su di te grazie alle informazioni che condividi online. Mgari a qualcuno potrà fare comodo questo tipo di pubblicità. Ma se questa tecnologia comincerà superare i limiti della pubblicità per insinuarsi nell’ambito della sorveglianza… Beh, lì forse ci saranno più malumori.

L’intelligenza artificiale è in continua crescita. Gli algoritmi saranno sempre più in grado di riconoscere i volti delle persone, ma anche i luoghi in cui sono state scattate le foto. Se i ricercatori del Max-Planck Institute hanno sviluppato un sistema di riconoscimento facciale che può fare a meno della nitidezza delle immagini dei volti, allora non ti sorprenderà quello messo a punto da quelli del Karlsruhe Institute of Technology. Si tratta di un sistema di riconoscimento facciale che funziona anche al buio. Eh già. Sono proprio bravi i tedeschi in questo settore!

Ma concludiamo con una piccola nota positiva. Questo tipo di tecnologia può essere applicata anche per scopi più apprezzabili. Ad esempio, i ricercatori della Carnegie Mellon University hanno sviluppato un sistema di riconoscimento facciale per rilevare la depressione. Gli algoritmi analizzano le espressioni e le micro-espressioni del volto e rilevano con precisione gli stati emotivi.

I sistemi di riconoscimento facciale possono fare la differenza nei settori del marketing, della sorveglianza e della medicina. Una sola tecnologia può essere applicata per diversi scopi. Sono il chi la userà e soprattutto il come a fare la differenza.

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