Riusciremo davvero a costruire robot che possano provare emozioni? Riprodurre il funzionamento del cervello umano sembra una sfida impossibile considerando che è un organo di cui non abbiamo ancora compreso del tutto i meccanismi. Forse la domanda più corretta è: riusciremo a costruire robot in grado di imitare in modo eccellente le emozioni umane? La dottoressa Angelica Lim, laureata in informatica presso la Kyoto University (Giappone), ha spiegato quale potrebbe essere il percorso giusto e perché dovremmo raggiungere questo obiettivo.

 

Una sfida enorme

La dottoressa Lim costruisce robot con architettura emotiva simile a quella umana. Si tratta di robot che apprendono il comportamento emotivo interagendo con le persone. Il primo problema che si affronta in questo settore è proprio comprendere come le persone sviluppano la capacità di emozionarsi. Ci sono ancora dei misteri da risolvere. Ma la psicologia dello sviluppo sta iniziando ad ottenere dei buoni risultati.

All’età di 2 anni iniziamo ad imparare i nomi dei nostri stati d’animo e ad associare ad essi determinati comportamenti ed espressioni facciali. Man mano che cresciamo, adottiamo questi comportamenti per esprimere le nostre intime emozioni e per riconoscerle negli altri. Arriviamo a vedere persino le emozioni in elementi come la musica e gli animali domestici. Tutte queste espressioni emotive e queste percezioni avvengono involontariamente e inconsciamente.

Ma come sviluppiamo queste forme di espressioni emotive? Recenti ricerche suggeriscono che il modo in cui esprimiamo le emozioni dipenderebbe, in parte, da come ci viene insegnato dalle persone che abbiamo intorno a noi nel corso della nostra vita. Anche la cultura ha una gran influenza. Le espressioni emotive occidentali sono diverse da quelle orientali.

Per costruire robot emotivi bisognerebbe considerare questi aspetti e molti altri ancora che riguardano le prime esperienze di vita dell’essere umano, sia a livello comunicativo sia a livello psicologico. In breve: è una sfida enorme. Come possiamo affrontarla?

 

La ricerca

L’idea dietro la robotica di sviluppo è quella di creare robot che apprendono i comportamenti allo stesso modo in cui lo fanno i bambini. Di solito i tecnici sviluppano un software programmato per rappresentare una parte del “cervello” del robot. Successivamente, il robot viene esposto in un ambiente dove può “allenare” il software. L’allenamento è basato sull’interazione con un assistente umano. La dottoressa Lim ha scoperto che l’assistente umano può aiutare un robot a sviluppare emozioni come fanno gli adulti con i bambini.

A questo punto la dottoressa Lim si pone alcune domande. Cosa significherebbe per un robot avere emozioni? E come potremmo sapere se un robot le possiede? Il neuroscienziato portoghese Antonio Damasio definisce “emozione” come “l’espressione della prosperità umana o del disagio umano che si verifica nella mente e nel corpo“. Secondo la dottoressa, questa prosperità (flourishing) può essere associata anche a un robot. Ed è la situazione in cui tutti i suoi sistemi (batteria, attuatori, motori, eccetera) funzionano e la temperatura è normale. Una condizione che possiamo paragonare a quella di un bimbo ben nutrito, riposato e in buona salute. Il disagio umano, invece, può essere il corrispondente robotico di un motore surriscaldato, una batteria quasi scarica o della saturazione dei sensori.

Nella sua ricerca Angelica Lim ha avuto a disposizione degli assistenti che hanno interagito con dei robot in diversi modi, esprimendo emozioni come felicità, tristezza e rabbia. Nel frattempo, i robot assumevano sia lo stato di prosperità sia quello di disagio.

L’approccio è stato il seguente. Quando il robot era nello stato di prosperità, l’assistente giocava con esso in modo gioioso per modellare la felicità. Quando il robot invece era in uno stato di disagio, l’assistente mostrava tristezza nel confortarlo.

Risultato: il robot ha appreso ad esprimere il proprio stato in base ai modelli insegnati dagli assistenti. Gli assistenti, cambiando il loro comportamento, hanno influenzato il modo in cui il robot “esprimeva le emozioni”. Se ad esempio un assistente parlava al robot in maniera empatica quando questo mostrava disagio, la macchina imparava ad esprimere uno stato di disagio simile alla tristezza. Lo faceva usando una voce e dei movimenti lenti. Se l’assistente rimproverava il robot quando era in disagio esprimendo frustrazione o collera, la macchina dopo esprimeva uno stato di disagio adottando modelli espressivi aggressivi che di solito associamo alla rabbia.

 

Perché costruire robot emotivi?

Secondo il filosofo di intelligenza artificiale (IA) Daniel Dennet, esistono due possibilità per sviluppare robot con emozioni. Dennet le descrive ponendo l’esempio dell’amore. La prima possibilità riguarda il programmare un’IA che sia in grado di comportarsi come se fosse innamorata, apparendo così dotata di emozioni. La seconda, invece, riguarda la creazione di un’architettura simile a quella del cervello umano. Un sistema di quest’ultimo tipo non avrebbe un’impostazione gerarchica, dall’alto verso il basso. Potrebbe produrre invece comportamenti che emergerebbero in modo democratico, cioè dal livello più basso, come succede nei sistemi nervosi biologici.

La dottoressa Lim sta adottando il secondo metodo nella sua ricerca. Evitando di scrivere righe di codice per le emozioni dei robot seguendo regole fisse. In questo modo potremmo essere in grado di creare dei robot con un’architettura emotiva simile a quella umana.

Ma perché costruire dei robot emotivi?

Per noi umani le emozioni sono molto importanti. Costituiscono ogni aspetto delle nostre interazioni e sono indispensabili per vivere in un mondo sociale. E quando i robot saranno capaci di comprendere e rispondere ai nostri stati emotivi potremo trarne grandi vantaggi. I robot emotivi potranno comunicare con noi in modo più intuitivo. Ad esempio, invece di mostrarci delle spie luminose o lampeggianti, o di trasmettere segnali acustici molto fastidiosi per segnalarci lo stato della loro batteria, potrebbero passeggiare più lentamente, chinare la testa o stendere le braccia lungo il corpo per risparmiare energie.

I robot stanno diventando sempre più parte delle nostre vite e assumeranno ruoli sempre più importanti. Basti pensare a robot come Pepper, Luna e Romeo. Robot che sono stati sviluppati per offrirci assistenza in diversi contesti. E la qualità dell’assistenza potrà aumentare non solo grazie allo sviluppo di migliori componenti tecnologiche, ma anche alla loro capacità di comprendere le nostre emozioni e di agire di conseguenza.

L’obiettivo finale, come spiegato anche da Lim, non è necessariamente quello di sviluppare robot che possano innamorarsi o soddisfare tutti i nostri bisogni emotivi. L’obiettivo finale è quello di costruire macchine che possano interagire con noi in modo più umano. Non dovremmo essere noi a comportarci in modo più simile alle macchine. Se possiamo fare in modo che i robot potranno imparare da noi, ci toccherà fare del nostro meglio. Oggi i robot possono imparare persino dai bambini, figuriamoci cosa potranno apprendere da scienziati come Angelica Lim. E, considerando che entro il 2025 i robot trasformeranno diverse industrie, possiamo essere abbastanza certi che ci aspettano tante altre novità nel settore della robotica.

I robot emotivi saranno uno dei prossimi step nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica.

Fonte: robohub

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