Gli occhi bionici di Steve McMillin

Steve McMillin e i suoi occhi bionici

Grazie alla ricerca e agli enormi progressi della tecnologia, gli scienziati oggi conoscono molte delle cause che possono portare alla cecità. Ciò ha consentito di compiere tanti passi in avanti nell’ambito delle tecniche per la cura: impianti, terapia genica e cellule staminali. Vorrei però soffermarmi proprio sugli impianti e su come la tecnologia digitale abbia permesso a un uomo di 59 anni, Steve McMillin, di recuperare parzialmente la vista. I suoi potremmo definirli occhi bionici.

 

Come funzionano gli occhi bionici di Steve McMillin

Steve McMillin ha perso la vista a causa della retinite pigmentosa, una malattia ereditaria che colpisce circa 100.000 persone negli Stati Uniti. Questa patologia distrugge i fotorecettori, ovvero le cellule della retina che rilevano la luce e che trasmettono i segnali al cervello. Il cervello, a sua volta, elabora i segnali e li interpreta come immagini. Senza i fotorecettori il cervello non può decodificare gli impulsi e il risultato è la cecità.

Nel febbraio 2013, una protesi retinica chiamata The Argus II è stata approvata dalla Food and Drug Administration (FDA). Questa protesi è in grado di sostituire la funzione degli occhi. Come funziona? L’impianto viene inserito negli occhi attraverso una complicata e delicata operazione chirurgica. Dopo l’intervento, il paziente deve indossare degli occhiali da sole speciali dotati di una videocamera che cattura le immagini e le trasmette all’impianto retinico. L’impianto quindi invia impulsi elettrici che bypassano i fotorecettori danneggiati del paziente e che raggiungono le cellule sane. Queste ultime, una volta stimolate, inviano un segnale al cervello “avvisandolo” che c’è un’immagine da interpretare.

 

Esistono altri impianti simili, ma questo è l’unico che ha ricevuto un’approvazione dall’FDA. Inoltre, grazie a degli allenamenti settimanali, la vista dei pazienti potrà migliorare notevolmente. Lo ha confermato il dottor Alex Yuan, chirurgo presso la Cleveland Clinic. Si è occupato personalmente dell’intervento a McMillin: “Il cervello umano ha molta plasticità. Può imparare ad adattarsi ai cambiamenti ambientali.“.

 

La storia di Steve McMillin

Gli occhi bionici sono davvero molto utili, anche se per ora la qualità delle immagini restituite al cervello non sia il massimo. Ma è già qualcosa e le parole di Steve McMillin testimoniano il buon risultato della tecnologia.

“Per oltre 30 anni ho lavorato in una fabbrica di Ford Motor a Brook Park, in Ohio, come costruttore di mulini, facendo un lavoro fisico duro per tenere sotto controllo la manutenzione nella fabbrica. Mi è piaciuto. Durante un esame fisico di routine nel 1989, quando avevo 32 anni, il mio medico ha notato qualcosa di strano nella mia vista. Riuscivo a vedere alcune cose, ma non altre. Alla fine mi è stata diagnosticata la retinite pigmentosa. In quel momento non significava molto. Da quello che ho capito, l’oculista non ne sapeva molto. Sarei potuto diventare cieco, oppure no.

Per un po’ ho pensato di avere fortuna. Il mio medico mi disse che la retinite pigmentosa appariva stabile, e io ero ancora in grado di guidare. Poi improvvisamente, all’età di 46 anni, la mia vista iniziato ad andarsene in fretta. In un primo momento è stato difficile vedere gli oggetti venire verso di me. Se un ragazzo in fabbrica mi avesse gettato uno strumento, avrei potuto vederlo lasciare la sua mano e poi sarebbe semplicemente scomparso. Successivamente ho notato che la mia vista cominciava gravemente a chiudersi sui lati e sfocarsi davanti a me. All’età di 50 anni è completamente sparita. Non riuscivo nemmeno a vedere la luce.

I ragazzi mi chiedevano: ‘Perché non vai in pensione? Come puoi affrontarlo?‘. Ho detto: ‘Sentite, volete che vada in un angolo e piangere?‘. Ho intenzione di fare tutto il possibile per rimanere attivo. Alla fine la Ford ha fatto dei tagli e ho deciso di andare in pensione. Sono stato in una profonda depressione per 6 mesi. Sono sempre stato chi provvede alla famiglia. Ho lavorato 6, a volte 7 giorni alla settimana per circa 15 anni. Tutto d’un tratto non potevo, e faceva male.

Avevo sentito parlare di Argus II, e quando è stato approvato nel 2013 ho parlato con il mio medico e ho scoperto che ero un buon candidato. La Cleveland Clinic ha deciso di avviare la procedura e di scegliere me come primo paziente. Il 19 giugno 2015 ho avuto un intervento chirurgico di 4 ore per impiantare il dispositivo.

Attualmente vedo solo linee ondulate o dei bordi. Non posso ancora distinguere le forme esatte, ma sto facendo progressi. Dopo l’intervento la mia nuora ha spostato una massa di fronte a me che andava su e giù, e sapevo che era mia nipote. L’altro giorno ho chiesto a mia moglie Karen di posizionarmi verso la luna per provare a vederla. Non riuscivo a vedere la luna, ma mi sono girato e improvvisamente ho visto il suo viso.”

 

Prossimo obiettivo: recuperare del tutto la vista

Il giorno in cui riusciremo a curare gran parte delle patologie della vista sarà un gran giorno. Ogni anno che passa ci avviciniamo all’obiettivo e le tecnologie come Argus II migliorano ulteriormente. Siamo esseri viventi che si affidano maggiormente al senso della vista. Averla a mezzo servizio o non possederla crea molto disagio.

Si studiano impianti in miniatura per regolare la pressione oculare e altre tecnologie per migliorare la vista e non solo, come ad esempio le lenti a contatto intelligenti. Alcuni progetti sono anche più ambiziosi. C’è chi pensa alla possibilità di stampare direttamente gli occhi, forse entro il 2027. In questo modo la vista non verrà semplicemente recuperata, ma anche potenziata.

Ci sono anche altri metodi che in futuro potranno aiutarci nella cura delle malattie della vista, come la terapia genica e le cellule staminali. Tutte queste tecniche sono promettenti. Non bisogna però sottovalutare le implicazioni etiche e morali che alcune di queste comporteranno. L’ideale sarebbe riuscire a trovare cure sicure, affidabili, poco costose. E magari evitare che non venga innalzato un muro insormontabile di fronte a tutte quelle scoperte che potrebbero rivoluzionare la nostra esistenza. In senso positivo, ovviamente.


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