Testato il primo drone biologico

Un drone biologico

La squadra del NASA’s Ames Research Center, guidata da Lynn Rothschild, ha costruito e testato il primo drone biologico.

I materiali

Il composto principale è il micelio, cioè l’apparato vegetativo dei funghi. Questo è stato coltivato dalla società newyorkése Ecovative Design attraverso dei pannelli che hanno la forma del drone. Il micelio è poi ricoperto da strati di cellulosa cresciuti da batteri in laboratorio. Gli strati sono composti da proteine clonate dalla saliva delle vespe. I circuiti, invece, sono stati costruiti con un inchiostro a nanoparticelle di argento con lo scopo di rendere il drone il più biodegradabile possibile. Infatti, il drone biologico non è ancora del tutto “biologico”: alcune componenti, come l’elica e la batteria, sono pezzi presi in prestito da un comune quadricottero.

Prossimo obiettivo: completa biodegradabilità 

Il team di scienziati ha intenzione di rendere il drone biodegradabile al 100%. Per raggiungere questo scopo, sta studiando i batteri E. coli. Sono dei batteri presenti nella parte inferiore dell’intestino di animali a sangue caldo (mammiferi, uccelli e anche l’uomo) che hanno il compito di assicurare una corretta digestione. Ma la biodegradabilità potrebbe causare anche dei danni se non approntata bene. L’ingegnere aerospaziale dell’Università del Michigan Ella Atkins esprime tutto il suo entusiasmo per i droni biologici, ma allo stesso tempo solleva una preoccupazione: “Non vogliamo droni biodegradabili che piovono dal cielo e noi non vogliamo inquinare le terre e i mari con droni distrutti, anche se alla fine saranno biodegradabili“. Come darle torto?

Perché costruirli

Ma allora la domanda è: a cosa potranno mai servire i droni biologici? Probabilmente a non lasciare tracce. Con un drone è possibile monitorare, ottenere video e foto di luoghi difficilmente accessibili, ma anche di strade cittadine e quindi di persone. Qualche volta possono esserci incidenti ed è facile risalire alla causa grazie ai pezzi del drone e degli eventuali strumenti annessi andati distrutti. Con molta probabilità, se ci trovassimo davanti ai resti di un drone penseremmo che qualcuno era in zona a pilotarlo. Per quale motivo? Magari per il semplice gusto di farlo volare, per riprendere il panorama o girare un cortometraggio. Ma se i resti si trovassero vicino una proprietà privata, allora il discorso sarebbe diverso. Chiunque si preoccuperebbe della propria privacy.

Oppure immagina dei droni biologici utilizzati per missioni di spionaggio militare. Una volta raccolto i dati necessari e averli mandati alla quartier generale, un drone tradizionale dovrà rientrare alla base con il pericolo di farsi beccare proprio al termine della missione. Un drone biologico, invece, dopo la missione potrà andare a decomporsi in qualche angolo paludoso, umido, o comunque in un luogo adatto al deperimento biologico, lontano da occhi indiscreti. In questo caso, i tempi di biodegradazione faranno la differenza. E quindi questa potrebbe essere forse un’efficace alternativa all’autodistruzione che invece lascerebbe sicuramente delle tracce: fumo, detriti, rumori e puzza di bruciato.

Ipotesi azzardate? Fammi sapere la tua!

Fonti:
newscientist.com
webnews.it


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