A volte il progresso tecnologico ci sorprende positivamente, altre volte ci fa un po’ paura. L’ultima proposta di Regina Dugan fa sicuramente parte del secondo caso: un microchip di autenticazione contenuto in una pillola commestibile che, insieme a un tatuaggio elettronico, permetterà la lettura del pensiero. Sembra fantascienza, ma è proprio quello che ha detto l’ex direttrice della DARPA, attualmente responsabile del settore Tecnologie Avanzate di Motorola (proprietà di Google), durante la “All things D11 Conference“.

Dugan, rivolgendosi al pubblico, ha spiegato come una pillola contenente un microchip possa essere ingerita ai fini dell’ottenimento di un “super-potere”, caratterizzato dalla capacità di rendere il corpo simile a un sistema di autenticazione biologico per attivare cellulari, auto, porte e altri dispositivi. Ecco alcune delle sue parole: “Questa pillola contiene all’interno un piccolo chip con un interruttore. […] Quando la ingerite, gli acidi nello stomaco fungono da elettroliti e lo attivano. E l’interruttore si accende e si spegne creando un grande segnale ECG di 18 bit nel  vostro corpo e in sostanza l’intero corpo diventa il vostro token di autenticazione“. Ha poi aggiunto che il microchip è già stato approvato dalla FDA (l’agenzia statunitense per gli alimenti e i medicinali) e che, somministrandola 30 volte al giorno per tutta la vita, non avrà alcun effetto negativo per l’organismo. Questo, però, sarebbe meglio accertarlo con maggiore sicurezza, dopo un’approfondita serie di esperimenti, magari rendendo i dati e i risultati accessibili e trasparenti al pubblico. Infatti, molti sostenitori della privacy sono molto preoccupati per questo tipo di tecnologia, soprattutto considerando che Regina Dugan era a capo della DARPA, ovvero l’agenzia del Pentagono specializzata in tecnologie militari. 
Oltre al microchip, la Motorola sta lavorando sulla progettazione di un tatuaggio elettronico che potrà consentire la lettura della mente dell’utente. John Hewitt, ingegnere e neuroscienziato, ha spiegato il meccanismo in questo modo: “Si sa da decenni che se parli a te stesso con monologhi interiori, il cervello invia ancora raffiche di segnali neurali all’apparato vocale, in modo simile a quando si parla a voce alta“. Lo scienziato ha sottolineato che questo dispositivo potrebbe essere anche utilizzato per permettere l’attivazione vocale sotto copertura e monitorare lo stress e le emozioni.
Non so oggi quante persone siano disposte a provare una simile tecnologia. Forse, avere dei dispositivi di attivazione così sofisticati all’interno del proprio corpo, rappresenta ancora un passo troppo grande per la maggior parte delle persone. Ma al di là degli aspetti più pratici, la paura più percepita è sicuramente legata alla privacy. Si preferisce giocherellare ancora con i telecomandi, piuttosto che provare i brividi di un’attivazione biologica attraverso tecnologie che sono diventate un tutt’uno con il proprio organismo. Almeno per ora, così sembra.

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