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La NSA recluta tramite Twitter

Reuters / Dado Ruvic

Il 5 maggio scorso la  NSA ( National Security Agency ) ha trasmesso un messaggio incomprensibile attraverso il suo profilo Twitter che ha incuriosito moltissime persone. Sembra un tentativo per cancellare, almeno in parte, l’immagine negativa che l’agenzia ha mostrato negli ultimi tempi dopo lo scandalo Datagate. Avrà funzionato? Forse lo scopo era duplice.

Improvvisamente, nel flusso di comunicazione di Twitter compare un messaggio della NSA apparentemente indecifrabile. Era rivolto soprattutto ad analisti e crittografi, i quali hanno seguito i successivi aggiornamenti riguardo la vita e il lavoro all’interno dell’agenzia americana. Ogni lunedì la NSA comunicherà attraverso Twitter per fornire informazioni circa i requisiti che un cittadino deve possedere per entrare a far parte del team dell’agenzia governativa. A quanto pare, la decodifica non è stata molto complicata: si è trattato di una decifrazione attraverso la sostituzione di lettere con un cifrario fisso. Insomma, una forma di recruitment inusuale per un’agenzia del governo.

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— NSA (@NSACareers) 5 Maggio 2014

Sicuramente, grazie a questo tipo di comunicazione, la NSA ha catturato l’attenzione di futuri impiegati e non, ha stimolato il loro interesse e potrà considerare l’idea di reclutare persone dotate di particolari abilità mentali. Un tentativo, quindi, che ha un doppio scopo: quello di reclutare impiegati capaci e quello di far passare in secondo piano le vicende legate allo scandalo Datagate. Il secondo obiettivo, però, non sarà completamente raggiungibile.

Conversnitch: una lampadina che monitora le conversazioni

Foto: Kyle McDonald

La provocazione è di due artisti newyorkesi: Kyle McDonald e Brian House. Il prodotto artistico è Conversnitch, una lampadina in grado di monitorare le conversazioni delle persone.

Dal punto di vista comunicativo, il dispositivo di Conversnitch è stata davvero efficace. Esso è costituito da un computer in miniatura nascosto dalle forme di una lampadina che può essere montata su qualsiasi apparecchio standard per l’illuminazione. Il dispositivo è connesso ad Internet tramite Wi-Fi e ha condiviso in diretta frammenti di conversazioni tramite dei tweet, cioè dei messaggi trasmessi attraverso il social network Twitter lunghi non più 140 caratteri.  La spesa per i componenti non ha superato i 100 dollari e i due artisti, naturalmente, non hanno detto dove sono stati installati i dispositivi. Il loro intento era quello di incanalare l’attenzione anche sull’aspetto negativo di determinate tecnologie, in particolare quelle di sorveglianza negli spazi pubblici. È interessante, inoltre, osservare che questa sperimentazione è stata avviata prima dello scandalo Datagate. Il nome dell’invenzione risulta altrettanto particolare: una fusione tra la parola “conversation”, cioè conversazione e “snitch”, ovvero spia o spione. Insomma, un nome che fa chiaramente riferimento al monitoraggio delle conversazioni.

McDonald e House sono riusciti molto bene nel tentativo di raccontare il problema, molto attuale, della privacy sposando arte e tecnologia. Ma se un governo facesse installare questi device all’insaputa dei cittadini? C’è chi sostiene che alcuni governi già lo stiano facendo. Sicuramente la vicenda della sorveglianza di massa ad opera della NSA ( National Securuty Agency ) ha suscitato l’interesse di molte persone per quanto riguarda  i dati personali presenti nel web. Ormai, considerare un confine netto tra online e offline è fuorviante e l’opera d’arte dei due artisti ne è una dimostrazione:

Grande partecipazione per “The Day We Fight Back”, la protesta digitale contro la NSA

Decine di migliaia di persone hanno partecipato alla protesta digitale contro la NSA (National Security Agency) per manifestare il dissenso contro le operazioni di sorveglianza di massa effettuate dall’agenzia americana. La protesta è stata denominata “The Day We Fight Back“, espressione che può essere tradotta in “Il giorno in cui reagiamo” ed ha avuto luogo ieri. La reazione effettivamente è avvenuta ed è stata particolarmente significativa.

L’azione di protesta ha visto come protagonisti decine di siti web, tra cui anche Reddit, BingBoing e Mozilla che hanno pubblicato dei banner attraverso i quali invitavano gli utenti a contattare telefonicamente o via email i membri del parlamento americano. Alle ore 12:00 p.m. dell’11 febbraio sono state effettuate più di 18.000 chiamate e spedite circa 50.000 email per chiedere che il Freedom Act venga supportato nel modo giusto; manifestazioni di protesta fisiche sono state fatte invece in altri 15 paesi  (tra i quali Danimarca, Svezia, Manila e Regno Unito). 
Tra le varie organizzazioni, ha partecipato anche la Electronic Frontier Foundation, il cui membro attivista Rainey Reitman ha dichiarato: “L’obiettivo del giorno del ‘Today We Fight Back’ è quello di fermare la sorveglianza di massa dei servizi segreti come la National Security Agency. Questo è un momento politico unico nella lotta per la riforma della sorveglianza. Le rivelazioni del 2013 hanno fatto luce sugli abusi di sorveglianza in modo davvero diverso da tutto quello che avevamo visto prima. Davvero è iniziato un dibattito internazionale sui diritti alla privacy che ha portato a importanti cambiamenti nei sondaggi pubblici e internazionali che spingono per la riforma sulla sorveglianza“. 
Insomma, come si poteva ben immaginare, la protesta digitale ha avuto un riscontro davvero notevole: molte persone hanno partecipato attivamente per manifestare il desiderio di una maggiore tutela della privacy. I dati non condivisi, soprattutto quelli sensibili, devono essere protetti.  Sembra però che, ancora una volta, i tradizionali mass media non abbiano fatto cenno ad un evento del genere. Staremo a vedere se tra qualche ora cambierà qualcosa.
Un segno inequivocabile della portata della protesta è rappresentato dall’hashtag #StopTheNSA su Twitter che ieri è entrato a far parte dei trending topic, ovvero del gruppo di hashtag più utilizzati al momento. La risposta dei cittadini, americani e non, è stata quindi molto precisa ed efficace. Ora bisogna vedere quali saranno le reazioni del governo americano, soprattutto in considerazione della questione del Freedom Act che limiterebbe il potere di sorveglianza di massa.

Fonte: The Guardian

La NSA si è servita anche di applicazioni e giochi mobile

Il Guardian, il New York Times e ProPublica hanno pubblicato altri documenti interessanti per quanto riguarda la vicenda Datagate. La NSA (National Security Agency) e il GCHQ (General Communication Headquarters) avrebbero raccolto dati personali degli utenti tramite applicazioni e giochi per dispositivi mobile. Edward Snowden ha ancora contribuito a fare luce sulla questione dell’operazione di sorveglianza di massa eseguita dall’agenzia americana.

Le applicazioni suddette sarebbero state in grado di raccogliere informazioni sugli utenti, anche quelle più sensibili: indirizzo email, lista degli amici, numeri di cellulari e una serie di altri dati come ad esempio le registrazioni delle posizioni, attraverso la geolocalizzazione; e anche codici postali, stato civile, etnia, orientamenti politici e orientamenti sessuali. Molto utile per le missioni di spionaggio è stato l’utilizzo da parte degli utenti del servizio Google Maps, insieme a tutti quelle applicazioni che permettono il caricamento e la condivisione di foto suoi più famosi social network, come Facebook, Twitter, LinkedIn, Flickr. Anche alcuni giochi hanno rappresentato un buon mezzo per raccogliere informazioni di diverso tipo, tra i quali, spicca il conosciutissimo Angry Birds. Ma non finisce qui. Secondo i documenti di Snowden, le spie inglesi avrebbero effettuato un’operazione denominata “Squeaky Dolphin” (delfino stridulo) con la quale le attività degli utenti di Facebook, YouTube e Blogspot sono state monitorate anche in tempo reale, ai fini della creazione di una mappa relativa ai comportamenti adottati online. In tutto ciò, la NSA continua a sostenere che i cellulari tenuti sotto controllo fossero stati esclusivamente quelli appartenenti a sospetti. Intanto, la mole di dati raccolti cresce a dismisura.
Gli attivisti europei della rete (e non solo) hanno denunciato diverse volte tutto ciò e sembra che i loro sforzi saranno presto ripagati. Infatti, la Corte europea dei Diritti Umani ha avviato un procedimento nei confronti del GCHQ. L’accusa è quella di aver violato la privacy di numerosissimi cittadini europei. Ciò può essere considerato un buon passo avanti.