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Società

L’Aulin è tossico, ma in Italia è ancora in commercio

L’Aulin è il nome commerciale di un antinfiammatorio che contiene il principio attivo Nimesulide, il quale comporterebbe degli effetti molto dannosi per il fegato. Nel 2002 la Spagna, la Finlandia e l’Irlanda furono i primi paesi a ritirare dal commercio i farmaci che contenevano questo principio attivo, evidente causa di tossicità epatica. Successivamente nel 2010 Belgio, Danimarca, Olanda, Spagna e Svezia hanno ritirato il farmaco dal mercato; invece Germania e Gran Bretagna non hanno mai permesso che venga messo in commercio.

L’Irish Medical Board in un documento ufficiale riporta che “Il danno epatico è un raro ma grave effetto collaterale del nimesulide. Tuttavia abbiamo ricevuto dati provenienti dall’Unità Nazionale di trapianto di fegato del St Vincent University Hospital, i quali parlano di sei pazienti che hanno richiesto trapianto di fegato dopo il trattamento con il nimesulide. Da quando il prodotto ha fatto ingresso in Irlanda nel 1995, si sono registrati un totale di 53 segnalazioni. Tra queste nove casi di insufficienza epatica, sei dei quali provenivano da l’Unità Nazionale trapianto di fegato e tre casi mortali di insufficienza epatica.
Invece in Italia, chissà per quale sconosciuto motivo, il farmaco circola tuttora indifferentemente. Nel 2008 la SIF (Società Italiana di Farmacologia) dichiarò che i benefici apportati dal farmaco restavano superiori ai rischi. L’allora Ministro della Salute, Girolamo Sirchia, dichiarò: “Stiamo valutando. Anche se non abbiamo alcuna evidenza in questo senso, si procederà esaminando le schede delle valutazioni per verificare se in Italia sono stati rilevati casi analoghi, ma a noi, fino ad oggi, non sono arrivate segnalazioni di effetti collaterali gravi. Occorre poi che i nostri dati vengano confrontati con quelli degli altri paesi europei prima di prendere decisioni“.

Insomma, così sembra che il farmaco non sia pericoloso in sé, ma potrebbe diventarlo nel caso in cui venga somministrato nelle modalità sbagliate. Però un’ipotesi del genere  non sembrerebbe  reggere. Nel maggio 2008 un’inchiesta gestita dal magistrato Raffaele Guariniello ha portato alla scoperta un sistema illecito che potrebbe aver rovinato la salute di alcuni cittadini. Un  funzionario dell’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) avrebbe ritirato mazzette per evitare i controlli sul farmaco. Quindi ulteriori ipotesi iniziano a prendere forma: la convenienza economica di alcuni individui ottenuta attraverso traffici e gestioni illegali; e l’interesse delle grandi case farmaceutiche le quali, visto l’uso diffuso del farmaco, sono restie nel sospenderne il commercio. In tal caso ci troveremmo nella solita situazione in cui l’élite schiaccia imperturbabilmente gli umili bisognosi. E si tratta della salute delle persone, mica di un gioco…

Privacy digitale: dati personali sempre più a rischio

La quantità dei dati online sta crescendo sempre più in maniera esponenziale. Nel 2012, secondo le analisi dell’ International Data Corporation, la mole di dati ha raggiunto i 2.8 zettabytes: un zettabyte equivale a 1.000.000.000.000.000.000.000 di bytes. Provare solo ad immaginare un numero del genere è impossibile! E si pensa che un simile numero, entro il 2015, verrà raddoppiato.

Generalmente si crede che questi tipi di dati siano praticamente invisibili e anonimi, ma la scienza moderna può dimostrare come ogni singolo dato, di qualsiasi genere, può essere rintracciato come se si trattasse di un’impronta. Più immettiamo i nostri dati nella rete e meno privati possono apparire, perché rendono l’individuazione delle persone facilmente e “algoritmicamente possibile“, come afferma Arvind Narayanan, scienziato informatico presso la Princeton University. Tra l’altro, oggi le operazioni di registrazione dei dati online è molto più veloce e semplice rispetto al passato. L’esempio più efficace è quello di Facebook: non solo registrazioni di dati personali e indirizzi email, ma anche caricamenti e condivisioni di foto e video sul social network sono esattamente paragonabili a delle nostre tracce.

Inoltre, diverse serie di dati online e offline vengono collegate in modo tale da aiutare i venditori a riconoscere precisamente le modalità di pubblicità più idonee per un certo target di utenti. Questo significa che un elevato numero di dati, qualitativamente affidabili, possono essere utili addirittura per anticipare le mosse dei consumatori. Ma prevedere un acquisto o indirizzare un utente verso una specifica spesa è ben diverso dal sorvegliare ogni suo movimento nella rete. Si tratta di un argomento molto delicato; bisogna fare molta attenzione ai nostri dati nel web, altrimenti la nostra privacy potrebbe subire delle spiacevoli conseguenze.

La Commissione europea propone una legge per controllare la coltivazione dei semi

La Commissione europea ha recentemente proposto una nuova legge tale da non consentire la coltivazione, la riproduzione e il commercio di semi che non sono stati “approvati” da quella macchina burocratica denominata Agenzia delle Varietà Vegetali europeeQuesta legge è chiamata “Plant Reproductive Material Law: i governi si interesseranno della   gestione per la coltivazione di tutte le piante e di tutti i semi da essi catalogati. Quindi, un contadino che decide di coltivare con semi non regolamentari, potrà essere condannato senza tanti problemi. Il progetto di legge può essere letto qui. E ciò che si evince, dopo una lettura approfondita, è che ci troviamo di fronte a un altro caso di controllo governativo.

Questa legge intende interrompere immediatamente la coltivazione professionale di varietà vegetali ad uso di piccoli coltivatori, di coltivatori biologici, e di agricoltori che operano su piccola scala. I piccoli coltivatori hanno esigenze molto diverse dalle multinazionali – per esempio, coltivano senza usare macchine e non possono o non vogliono utilizzare spray chimici potenti. Non c’è modo di registrare quali sono le varietà adatte per un piccolo campo perché non rispondono ai severi criteri della “Plant Variety Agency”, che si occupa solo dell’approvazione dei tipi di sementi che utilizzano gli agricoltori industriali. ” Così ha detto Ben Gabel, coltivatore di verdure e direttore del The Real Seed Catalogue. 
Da sottolineare il titolo IV della legge, che recita così: “Le varietà, per essere disponibili sul mercato in tutta l’Unione, devono essere incluse nel registro nazionale o nel registro dell’Unione registrate con procedura da indirizzare all’Ufficio Comunitario della Varietà delle Piante“. Tutti i prodotti devono quindi essere registrati e la maggior parte dei governi saranno contenti di poter attuare una simile iniziativa: se si registra tutto, tutto è sotto controllo. Compresi i coltivatori commerciali, ma molto probabilmente tale normativa verrà successivamente indirizzata anche contro i piccoli coltivatori.

Ciò che non torna, inoltre, è l’intestazione della legge che rende tutto apparentemente semplice e rispettoso della natura. In realtà, più ci si addentra nell’articolo, e più si riscontra il contrario di quanto riportato nell’introduzione. Lo scopo di tale legge è un altro: mettendo fuori gioco i piccoli commercianti e i piccoli contadini indipendenti, le grandi corporations (come ad esempio la Monsanto) ne potranno trarre grandi guadagni. Le imprese monopolistiche si consolideranno sempre più, mentre gli umili e onesti lavoratori rischieranno di ritrovarsi in carcere o di vivere in povertà.
Questa non è democrazia, come molti paesi si vantano di proferire. Questo è il dominio burocratico del settore alimentare (non l’unico) da parte di quei governi che desiderano un accentramento del potere. Un potere che col trascorrere del tempo è sempre più globale.
E le conseguenze di simili tendenze potrebbero essere disastrose sul piano della libertà individuale: i diritti universali dell’uomo sembrano annegare sempre di più nell’oblio…

Google riconosce la Palestina

Qualche giorno fa Google ha cambiato l’intestazione della sua hompage all’indirizzo http://www.google.ps./ da “Palestinian Territories” a “Palestine“.

L’aggiornamento è stato effettuato sulla base della decisione, dell’anno scorso, delle Nazioni Unite dopo una votazione che vide 138 favorevoli, 9 contrari e 41 astenuti per la definizione della Palestina come stato osservatore non-membro.
Il ministro degli esteri israeliano Yiga Palmor ha reagito alla notizia affermando: “Google non è un’entità diplomatica che si chiede perché loro sono coinvolti nelle politiche internazionali e sono schierate dal lato controverso“.
I palestinesi, invece, accettano volentieri questa mossa e il capo delle telecomunicazioni dell’Autorità palestinese di Mahmud Abbas, Sabri Saidam, sostiene che la mossa di Google è “un passo nella giusta direzione” e afferma: “Noi speriamo che anche Google Maps mostrerà il fatto che la terra palestinese è stata rubata dalla colonizzazione israeliana“.

In ogni caso, l’azione di Google ha sicuramente fornito un impatto mediatico non indifferente, soprattutto per il vasto numero di utenti che utilizzano questo motore di ricerca che dal 1997 sta sempre più consolidandosi e assumendo una posizione dominante rispetto ai suoi rivali.

Anonymous “attacca” Israele

Sabato scorso alcuni siti di proprietà della Banca d’Israele, dell’Autorità Fiscale e dell’Ufficio di Statistica hanno subìto degli attacchi informatici da parte del gruppo hacker degli Anonymous (in solidarietà con i palestinesi) minacciando di “cancellare” Israele da Internet.

L’operazione è chiamata “Op-Israele” e riferendosi al regime israeliano hanno reso pubblico il seguente comunicato: “Voi NON avete fermato le infinite violazioni dei diritti umani. NON avete fermato gli insediamenti illegali. NON avete rispettato il cessate il fuoco. Avete dimostrato che NON rispettate la legge internazionale. Questo è il motivo per cui il 7 Aprile, degli squadroni informatici da tutto il mondo, in solidarietà con i palestinesi e contro Israele,  si uniranno come un’unica entità per cancellare Israele dal cyberspazio.” Gli obiettivi di Anonymous si aggirerebbero intorno ai 1300 siti.

Le azioni intraprese da Anonymous sono spesso oggetto di varie controversie: molti le reputano coraggiose e giuste, altri illegali e pericolose. Fatto sta che dal 2006/2007, queste comunità anonime online hanno innescato un processo di proteste coordinate dall’incredibile impatto sociale. Questo dimostra gran parte delle potenzialità che offre Internet e che i media tradizionali, spesso, trascurano. 
Il motto dell’organizzazione è: “Noi siamo Anonymous. Noi siamo legione. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Aspettateci!

Fonte: presstv.ir