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La NSA si è servita anche di applicazioni e giochi mobile

Il Guardian, il New York Times e ProPublica hanno pubblicato altri documenti interessanti per quanto riguarda la vicenda Datagate. La NSA (National Security Agency) e il GCHQ (General Communication Headquarters) avrebbero raccolto dati personali degli utenti tramite applicazioni e giochi per dispositivi mobile. Edward Snowden ha ancora contribuito a fare luce sulla questione dell’operazione di sorveglianza di massa eseguita dall’agenzia americana.

Le applicazioni suddette sarebbero state in grado di raccogliere informazioni sugli utenti, anche quelle più sensibili: indirizzo email, lista degli amici, numeri di cellulari e una serie di altri dati come ad esempio le registrazioni delle posizioni, attraverso la geolocalizzazione; e anche codici postali, stato civile, etnia, orientamenti politici e orientamenti sessuali. Molto utile per le missioni di spionaggio è stato l’utilizzo da parte degli utenti del servizio Google Maps, insieme a tutti quelle applicazioni che permettono il caricamento e la condivisione di foto suoi più famosi social network, come Facebook, Twitter, LinkedIn, Flickr. Anche alcuni giochi hanno rappresentato un buon mezzo per raccogliere informazioni di diverso tipo, tra i quali, spicca il conosciutissimo Angry Birds. Ma non finisce qui. Secondo i documenti di Snowden, le spie inglesi avrebbero effettuato un’operazione denominata “Squeaky Dolphin” (delfino stridulo) con la quale le attività degli utenti di Facebook, YouTube e Blogspot sono state monitorate anche in tempo reale, ai fini della creazione di una mappa relativa ai comportamenti adottati online. In tutto ciò, la NSA continua a sostenere che i cellulari tenuti sotto controllo fossero stati esclusivamente quelli appartenenti a sospetti. Intanto, la mole di dati raccolti cresce a dismisura.
Gli attivisti europei della rete (e non solo) hanno denunciato diverse volte tutto ciò e sembra che i loro sforzi saranno presto ripagati. Infatti, la Corte europea dei Diritti Umani ha avviato un procedimento nei confronti del GCHQ. L’accusa è quella di aver violato la privacy di numerosissimi cittadini europei. Ciò può essere considerato un buon passo avanti.

La riforma della NSA non basta

Stavolta a a prendere parola per quanto riguarda la vicenda Datagate è stato il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, il quale ha annunciato una serie di cambiamenti in merito alle operazioni di sorveglianza della National Security Agency (NSA). Obama ha infatti parlato di una riforma che però non sembra aver convinto tutti: “limitazioni nell’utilizzo dei dati dei cittadini ottenuti” è l’espressione che ha prodotto diversi dubbi in merito alle intercettazioni che, molto probabilmente, continueranno ad essere effettuate sulla stragrande maggioranza della popolazione.

La proposta del presidente americano ha trovato riscontri positivi soprattutto da segretario della difesa Chic Hagel e dal Direttore dell’Intelligence James Clapper; maggiori perplessità, invece, sono giunte da parte di Cindy Cohn, Direttrice Legale dell’Electronic Frontier Foundation (EFF), ovvero l’organizzazione internazionale non profit di avvocati che si interessano dei diritti digitali: “Il Presidente ha fatto molti passi per riformare la NSA, ma c’è ancora molto da fare“. Più in particolare, l’EFF ha evidenziato la necessità di una legge più trasparente e di una modalità operativa che richiede un mandato per ogni tipo di intercettazione. 
Anche Julian Assange, fondatore di Wikileaks, è intervenuto in risposta al discorso di Obama in modo molto diretto e allo stesso tenpo ironico: “Deve essere pesante per un capo di Stato andare avanti per 40 minuti senza dire praticamente nulla“. Assange si riferiva alla mancata modifica della normativa sui segreti di Stato e del trattamento degli informatori, la cui vita è ormai stravolta: affermando ciò, non intendeva la soltanto la presa in considerazione della sua condizione, ma anche quella di Edward Snowden. Di fatti, senza l’ex tecnico della CIA, lo scandalo Datagate non sarebbe mai esploso. 
Infine, nemmeno le aziende ICT sembrano essere entusiaste di questa sorta di riforma: con un comunicato collettivo Google, Yahoo, Microsoft, AOL, LinkedIn, Facebook, Apple e Twitter hanno espresso la soddisfazione su “i progressi fatti su punti fondamentali“, ma anche la proposta secondo la quale “occorre continuare a lavorare” per risolvere alcune questioni che ancora non sono state toccate, e soprattutto per evitare che un futuro si arrivi a situazioni simile a questa.

Qualcosa pare si stia muovendo, ma non basta. Sembra che il governo americano voglia concedere poco ai cittadini che invece hanno subito tanto a causa delle operazioni di sorveglianza di massa della NSA. Quindi, nel caso in cui si voglia fare ricorso a una riforma, è giusto che si vada in contro alle esigenze dei cittadini e la si faccia come si deve, senza indugiare più di tanto. Dopo lo scandalo la fiducia nel governo è sprofondata, e se lo stato fa poco o nulla per rimediare, allora non ci saranno nemmeno le basi per poter stabilire una riconciliazione, sempre se potesse interessare a qualcuno. Ma credo di si.

Fonte:punto-informatico

Facebook traccia anche i post non pubblicati

Il social network creato da Mark Zuckerberg conosce molto delle nostre abitudini, perfino i pensieri che eravamo in procinto di postare e che, per un motivo o per un altro, alla fine abbiamo deciso di non pubblicare. Facebook infatti, per ora, sta semplicemente tracciando le tendenze più generali relative ai pensieri non scritti: si tratta di uno studio realizzato per 17 giorni dell’estate 2012 da Adam Kramer (data scientist) e Sauvik Das (dottorando presso la Carnegie Mellon University), chiamato Self-Censorship on Facebook, ovvero “auto-censura su Facebook”.
Questo studio colleziona dati di 5 milioni di utenti tra USA e Regno Unito concentrandosi sugli  aggiornamenti degli “stati”, i post sui diari degli altri utenti e i commenti, appunto, ai post. Qualunque cosa sia stata scritta nella casella per i post, anche se non è stata poi pubblicata,  è diventata un  metadato che poi è stato inviato automaticamente al database di Facebook, fornendo i dati circa le informazioni suddette. I risultati sono stati i seguenti: il 71% degli utenti ha scritto uno stato o un commento o entrambi senza averlo poi pubblicato; gli uomini tendono ad auto-censurarsi di più rispetto alle donne; il maggior timore è rappresentato dalla possibilità che il datore di lavoro legga uno particolare stato.
Se si arriva a risultati del genere, vuol dire che Facebook è stato un po’ troppo invadente con i suoi utenti e il fatto che questo studio sia stato pubblicato in un periodo in cui la questione della privacy (Datagate) è al centro dell’attenzione mondiale, non aiuta certo a calmare gli animi. Chi ci dice che una simile pratica non avvenga tuttora senza alcuna precisa motivazione?