Atlas: il robot del Pentagono in fase di potenziamento

Atlas, ovvero Atlante, nella mitologia greca era il titano condannato da Zeus a sostenere il mondo sulle proprie spalle, colpevole di aver partecipato alla rivolta contro gli dei dell’Olimpo. Ma è anche il nome di un robot progettato e realizzato dal Pentagono.

Questo robot è stato programmato per attraversare terreni difficili, zone inospitali e per compiere diverse azioni, come gestire manopole di impianti nucleari o guidare veicoli. La prima versione pesava circa 150 Kg, aveva gli arti molto simili a quelli dell’essere umano e la sua testa era dotata di un laser.

Per le sue caratteristiche, Atlas potrebbe essere utilizzato anche per scopi militari: la DARPA (Defense Advanced Research Project Agency), infatti, non nasconde questa eventualità. L’agenzia ha inoltre offerto un premio di circa 34 milioni di dollari agli sviluppatori di software e agli ingegneri che si occuperanno della creazione del sistema operativo di questa futura tipologia di robot.

Si tratta, a questo punto, soprattutto di lanciare un messaggio chiaro a tutto il mondo: gli USA puntano molto sull’innovazione tecnologica, sulla robotica e sulle scienze cognitive in campo militare. E i droni, oggi, rappresentano un esempio molto evidente.

Dall’altro lato, c’è anche chi si preoccupa dal punto di vista morale: quest’eccessiva tecnologizzazione bellica potrebbe portare a un disumano sentimento di indifferenza nei confronti dei morti civili: non partecipando direttamente all’azione sarebbe come “stare seduti a casa, con una Coca Cola in mano, a guardare un film di guerra“, come ha affermato il tenente colonnello dell’esercito americano Douglas Pryer.

La guerra è una brutta cosa. L’unico pensiero che, forse, potrebbe far sperare in esiti non dannosi per l’umanità è quello del passato di Internet: una tecnologia nata proprio da un progetto della DARPA, e quindi in ambiente militare. Sarà indispensabile scaricare il peso delle nostre azioni e dei nostri pensieri sulle spalle di molti Atlas diversi sparsi per il mondo? O sarebbe meglio affidare solo parte dei nostri problemi, magari quelli più seri, sulle loro spalle meccaniche? Sempre se un giorno saranno accessibili a tutti e per scopi non distruttivi. Probabilmente sarà un giorno ancora lontano.

 

Il nuovo Atlas

La nuova versione del robot Atlas

Aggiornamento dell’8/03/2016: la Boston Dynamics ha presentato la nuova versione del robot umanoide ATLAS. È più leggero (82 kg), più basso (175 cm), dotato di diverse videocamere e un sensore lidar per il rilevamento degli ostacoli e non è più legato ai cavi di alimentazione. Riesce a camminare su diverse superfici, persino sulla neve. e ad ordinare scatole di 4,5 kg su degli scaffali con buona precisione. Ottimi miglioramenti effettuati anche per il suo equilibrio, messo a dura prova durante alcuni test osservabili nel video qui sotto:

Fonte: guardian

Turchia: l’impatto dei social media; spunta anche Anonymous

Il governo turco aveva deciso di abbattere centinaia di alberi a Gezi Park, nei pressi della piazza Taksim, per costruire un grande centro commerciale, una moschea e per reintegrare alcune caserme risalenti all’epoca ottomana. Questa è la causa principale delle manifestazioni che negli ultimi giorni si stanno verificando a Istanbul. Ma con un’analisi più attenta, sorgono altre questioni: è ammisibile che da tempo sia sorto un malcontento generale legato alla questione dell’ “islamizzazione” del paese e al progressivo aumento del controllo dei media da parte del governo.
Intanto le proteste si amplificano grazie al social network Twitter: infatti, negli ultimi giorni, si contano circa più di dieci milioni di tweet. E questa vasta proliferazione dell’opinione pubblica non piace alle autorità. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato: “Esiste ora una nuova minaccia chiamata Twitter, dove si possono trovare i migliori esempi di menzogna. Per me, i social media rappresentano la peggiore minaccia alla società“. Una dichiarazione seguita poi dall’ordine di bloccare tutti gli accessi dalla Turchia a piattaforme come Facebook e appunto Twitter. Ma la Primavera Araba ha insegnato molte cose: tanto è vero che gli utenti sono riusciti grossomodo ad aggirare i blocchi informatici del governo attraverso diverse VPN (Virtual Private Network, ossia reti di telecomunicazione privata), servizi proxy e strumenti di streaming come Ustream e Zello, per raccontare la violenza della polizia e in generale lo svolgimento degli avvenimenti.

Anche Anonymous ha risposto all’iniziativa anti-democratica del governo turco, demolendo molti siti governativi mediante attacchi informatici che hanno portato alla negazione di alcuni servizi. Questa vicenda può rappresentare un chiaro esempio di come i social media, e quindi alcune delle nuove tecnologie, possano aiutare a promuovere il pensiero democratico. Ovviamente ci sono dei limiti (economici e sociali) legati all’accesso dei mezzi e al loro dominio. Ma invito a riflettere sulle dichiarazioni di Erdogan: la sua reazione è sintomo della paura di non riuscire a tenere tutto sotto controllo e impedire l’utilizzo di strumenti di comunicazione ad ampio raggio sicuramente non è democratico.

Fonti: 

La Carmat testerà l’ultimo prototipo di cuore artificiale

La Carmat, società francese specializzata nella produzione di dispositivi biomedici, ha ottenuto il permesso dalle autorità per testare un cuore artificiale sui pazienti di quattro centri di cardiologia in Polonia, Belgio, Slovenia e Arabia Saudita.


Si tratta di una bioprotesi, ovvero di un dispositivo in grado di sostituire l’organo in questione, o una parte di esso, attraverso un’operazione di trapianto. I materiali di cui è composto sono di diverso tipo: sintetici, biologici ed elettronici (sensori e software in grado di rilevare e regolare il battito).


Se i test dovessero portare ad esiti positivi, è molto probabile che l’orizzonte medico-tecnologico allargherà i suoi confini conoscitivi, creando nuovi campi specifici nell’ambito sanitario e portando delle innovazioni utili a tutte quelle persone che sono vittime di gravi problemi, come quello dell’insufficienza cardiaca.


Fonti: 

L’Aulin è tossico, ma in Italia è ancora in commercio

L’Aulin è il nome commerciale di un antinfiammatorio che contiene il principio attivo Nimesulide, il quale comporterebbe degli effetti molto dannosi per il fegato. Nel 2002 la Spagna, la Finlandia e l’Irlanda furono i primi paesi a ritirare dal commercio i farmaci che contenevano questo principio attivo, evidente causa di tossicità epatica. Successivamente nel 2010 Belgio, Danimarca, Olanda, Spagna e Svezia hanno ritirato il farmaco dal mercato; invece Germania e Gran Bretagna non hanno mai permesso che venga messo in commercio.

L’Irish Medical Board in un documento ufficiale riporta che “Il danno epatico è un raro ma grave effetto collaterale del nimesulide. Tuttavia abbiamo ricevuto dati provenienti dall’Unità Nazionale di trapianto di fegato del St Vincent University Hospital, i quali parlano di sei pazienti che hanno richiesto trapianto di fegato dopo il trattamento con il nimesulide. Da quando il prodotto ha fatto ingresso in Irlanda nel 1995, si sono registrati un totale di 53 segnalazioni. Tra queste nove casi di insufficienza epatica, sei dei quali provenivano da l’Unità Nazionale trapianto di fegato e tre casi mortali di insufficienza epatica.
Invece in Italia, chissà per quale sconosciuto motivo, il farmaco circola tuttora indifferentemente. Nel 2008 la SIF (Società Italiana di Farmacologia) dichiarò che i benefici apportati dal farmaco restavano superiori ai rischi. L’allora Ministro della Salute, Girolamo Sirchia, dichiarò: “Stiamo valutando. Anche se non abbiamo alcuna evidenza in questo senso, si procederà esaminando le schede delle valutazioni per verificare se in Italia sono stati rilevati casi analoghi, ma a noi, fino ad oggi, non sono arrivate segnalazioni di effetti collaterali gravi. Occorre poi che i nostri dati vengano confrontati con quelli degli altri paesi europei prima di prendere decisioni“.

Insomma, così sembra che il farmaco non sia pericoloso in sé, ma potrebbe diventarlo nel caso in cui venga somministrato nelle modalità sbagliate. Però un’ipotesi del genere  non sembrerebbe  reggere. Nel maggio 2008 un’inchiesta gestita dal magistrato Raffaele Guariniello ha portato alla scoperta un sistema illecito che potrebbe aver rovinato la salute di alcuni cittadini. Un  funzionario dell’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) avrebbe ritirato mazzette per evitare i controlli sul farmaco. Quindi ulteriori ipotesi iniziano a prendere forma: la convenienza economica di alcuni individui ottenuta attraverso traffici e gestioni illegali; e l’interesse delle grandi case farmaceutiche le quali, visto l’uso diffuso del farmaco, sono restie nel sospenderne il commercio. In tal caso ci troveremmo nella solita situazione in cui l’élite schiaccia imperturbabilmente gli umili bisognosi. E si tratta della salute delle persone, mica di un gioco…

Privacy digitale: dati personali sempre più a rischio

La quantità dei dati online sta crescendo sempre più in maniera esponenziale. Nel 2012, secondo le analisi dell’ International Data Corporation, la mole di dati ha raggiunto i 2.8 zettabytes: un zettabyte equivale a 1.000.000.000.000.000.000.000 di bytes. Provare solo ad immaginare un numero del genere è impossibile! E si pensa che un simile numero, entro il 2015, verrà raddoppiato.

Generalmente si crede che questi tipi di dati siano praticamente invisibili e anonimi, ma la scienza moderna può dimostrare come ogni singolo dato, di qualsiasi genere, può essere rintracciato come se si trattasse di un’impronta. Più immettiamo i nostri dati nella rete e meno privati possono apparire, perché rendono l’individuazione delle persone facilmente e “algoritmicamente possibile“, come afferma Arvind Narayanan, scienziato informatico presso la Princeton University. Tra l’altro, oggi le operazioni di registrazione dei dati online è molto più veloce e semplice rispetto al passato. L’esempio più efficace è quello di Facebook: non solo registrazioni di dati personali e indirizzi email, ma anche caricamenti e condivisioni di foto e video sul social network sono esattamente paragonabili a delle nostre tracce.

Inoltre, diverse serie di dati online e offline vengono collegate in modo tale da aiutare i venditori a riconoscere precisamente le modalità di pubblicità più idonee per un certo target di utenti. Questo significa che un elevato numero di dati, qualitativamente affidabili, possono essere utili addirittura per anticipare le mosse dei consumatori. Ma prevedere un acquisto o indirizzare un utente verso una specifica spesa è ben diverso dal sorvegliare ogni suo movimento nella rete. Si tratta di un argomento molto delicato; bisogna fare molta attenzione ai nostri dati nel web, altrimenti la nostra privacy potrebbe subire delle spiacevoli conseguenze.