Il robot Sophia sviluppato dalla Hanson Robotics

Cittadinanza araba al robot Sophia: giusto o sbagliato?

L’Arabia Saudita ha concesso la cittadinanza a uno dei robot della Hanson Robotics, Sophia.

È successo durante il Future Investment Initiative, un evento per investire in una futura città ricca di tecnologie robotiche.

La notizia ha suscitato diverse reazioni: stupore, incredulità, divertimento, fastidio e nervosismo. I sentimenti negativi sono riconducibili a un semplice motivo.

Perché dare la cittadinanza a un robot in un paese in cui ci sono ancora diversi problemi in termini di diritti, soprattutto per le donne?

Cerchiamo di capire meglio qual è la situazione.

 

Quali diritti può mai avere un robot?

Per quanto Sophia possa somigliare a un essere umano per alcune espressioni facciali e per una certa capacità di dialogo, non lo è. Durante l’evento, Sophia ha risposto ad alcune domande in modo impeccabile. Magari la conversazione è stata studiata a tavolino, ma è evidente che la robotica e l’intelligenza artificiale (IA) progrediscono in modo costante.

Non c’è dubbio: Sophia è il frutto di diverse tecnologie avanzate destinate a migliorare ulteriormente. Ma ha senso dare la cittadinanza a una macchina? A un robot che non percepirà le decisioni politiche una monarchia assoluta e che non indosserà il burqa?

Forse ora il robot Sophia ha più diritti di quanti ne hanno molti altri cittadini dell’Arabia Saudita. Non sembra esserci coerenza.

Perché il governo saudita ha deciso così? L’unica risposta che mi sembra appropriata è: marketing. “Robotica” e “intelligenza artificiale” sono tra le parole più in voga del momento.

Servirsi della cittadinanza come strumento di marketing non lo trovo giusto. Perché tante persone lottano ogni giorno in diversi paesi per ottenere la cittadinanza senza riuscirci.

Adesso proviamo ad andare più nel dettaglio. Un altro problema legato a questa storia è che forse si sta sottovalutando il valore della “cittadinanza”.

 

3 problemi nel fornire cittadinanza a un robot

Il professore Hussein Abbass ha scritto un articolo interessante su questa vicenda. Si è concentrato in particolare sul problema dello status di cittadino.

Abbiamo molte sfide che dobbiamo superare prima di poter veramente fidarci di questi sistemi“, ha scritto. “Ad esempio, non abbiamo ancora meccanismi affidabili per assicurarci che questi sistemi intelligenti si comportino sempre eticamente e in linea con i nostri valori morali, o per proteggerci contro di loro quando fanno un’azione sbagliata con conseguenze catastrofiche.

Abbass ha fornito 3 motivi per spiegare perché dare la cittadinanza a una macchina è prematuro.

 

1. Definire l’identità

La cittadinanza è concessa a un’unica identità. Ogni essere umano possiede una firma unica. La nostra identità viene stabilita anche automaticamente con un’immagine del nostro viso, dell’iride e dell’impronta digitale.

Qual è l’identità di Sophia, invece?

Il suo indirizzo MAC? Un codice a barre, un segno di pelle unico, un segnale audio nella sua voce, una firma elettromagnetica simile alle onde umane del cervello? Questi e altri protocolli di gestione dell’identità tecnologica sono tutti possibili, ma non stabiliscono l’identità di Sophia – possono stabilire solo l’identità hardware.

Per Abbass l’identità è un costrutto multidimensionale. Si trova all’intersezione di chi siamo biologicamente e cognitivamente, ed è definita da ogni esperienza, cultura e ambiente con cui abbiamo interagito. Nel caso di Sophia non è chiaro come la sua identità possa definirsi.

 

2. Diritti legali

Qui Abbass fa l’esempio del voto. Mettiamo caso che Sophia, da cittadina, possa votare. Nel giorno del voto, chi è che prende la decisione? Sophia o il produttore? Gli sviluppatori potrebbero trasmettere dei pregiudizi nelle macchine. I produttori potrebbero continuare ad averne il controllo anche dopo la vendita.

È evidente il problema che si verrebbe a creare in questo caso. Coloro che producono robot potrebbero avere un certo peso e una certa influenza nei voti.

Sophia dovrebbe pagare le tasse perché avrebbe un’identità indipendente rispetto al suo creatore. Avrebbe anche il diritto di eguale protezione.

Consideriamo questo scenario ipotetico: un poliziotto vede Sophia e una donna che vengono attaccati da una persona. Il poliziotto può proteggere solo una di loro: chi? È giusto se il poliziotto sceglie Sophia perché Sophia cammina su ruote e non ha competenze per l’autodifesa?

Le comunità di intelligenza artificiale stanno ancora discutendo i principi che dovrebbero governare la progettazione e l’uso dell’IA a prescindere dalle leggi. Uno dei dibattiti più recenti ha visto la proclamazione di 23 principi. Ma c’è ancora molto lavoro da fare.

 

3. Diritti sociali

La cittadina Sophia avrà il diritto di “sposarsi” e di “riprodursi”? Non è poi così assurdo. Alcuni studenti della North Dakota State University stanno sviluppando un robot in grado di riprodursi attraverso la stampa 3D. Un progetto simile è quello dell’università di Cambridge: un robot madre in grado di costruire altri robot più piccoli.

Se più robot si uniscono a Sophia come cittadini del mondo, forse anche loro potrebbero pretendere i loro diritti di auto-replicarsi in altri robot. Questi robot diventerebbero anche cittadini. Senza vincoli di risorse su quanti figli ciascuno di questi robot potrebbe avere, potrebbero facilmente superare la popolazione umana di una nazione.

Uno dei rischi potrebbe essere quello di perdere il controllo della situazione: “Come cittadini votanti, questi robot potrebbero creare cambiamenti sociali. Le leggi potrebbero cambiare, e improvvisamente gli esseri umani potrebbero trovarsi in un posto che non avevano immaginato.

 

Non perdiamo la bussola

Quelli descritti dal professor Hussein Abbass ti sembrano scenari impossibili? Forse sono scenari lontani, ma non dovremmo sottovalutarli. Con questi esempi ci ha fatto capire quanto è complessa la questione.

La cittadinanza non è un concetto banale. Essere cittadini significa avere diritti civili, politici e sociali. In Arabia Saudita solo poco tempo fa il re Salman ha concesso alle donne di guidare a partire dal prossimo giugno. E solo poco tempo fa in Arabia Saudita è stato permesso ad alcune donne di entrare in uno stadio. Ecco perché dare la cittadinanza araba a un robot, a mio parere, non ha molto senso.

Provo a vederla in un altro modo. Magari questa cittadinanza è un gesto di apertura, un segnale che ci indica che qualcosa sta per cambiare in quel paese. Ma rimarrebbe pur sempre un’azione di marketing volta a far passare in primo piano la questione economica del paese.

L’innovazione tecnologica è importante, ma non deve oscurare i problemi sociali. Anzi, semmai dovrebbe aiutarci anche a mitigarli.

Tu cosa ne pensi di questa storia? È giusto dare la cittadinanza a un robot o non siamo ancora pronti?

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Foto: Flickr


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