Cervello

L’hackeraggio del cervello sarà un crimine del futuro?

Le interfacce cervello-computer vengono sempre più adottate nell’ambito della medicina e del gaming. Sono dei dispositivi che funzionano con le onde cerebrali e che grazie a internet ci permettono di controllare diverse apparecchiature.

Col tempo questa tecnologia sarà sempre più accessibile e magari un giorno l’adotteremo per le nostre attività quotidiane. Navigare sul web, comunicare sui social media, leggere e condividere notizie, effettuare pagamenti: tutto con la sola forza del pensiero.

Ma non è così semplice come sembra. Ci potrebbero essere alcuni pericoli. Uno di questi riguarda l’hackeraggio del dispositivo: i cracker potranno analizzare le nostre onde cerebrali e ottenere numerose informazioni. Cronologie di navigazioni, conversazioni, gusti personali, preferenze politiche e sessuali, PIN bancari. Se non ci saranno adeguate misure di protezione, la nostra privacy verrà violata senza troppe difficoltà.

Uno scenario troppo futuristico? Non lo è. Alcuni ricercatori che lavorano su queste tecnologie stanno analizzando il problema e suggeriscono di trovare in fretta delle soluzioni. Non siamo poi così lontani dal poter vivere una spiacevole situazione di hackeraggio del cervello.

Come un malware nel tuo cervello

I ricercatori dell’Università di Washington stanno escogitando un modo per usare un’interfaccia cervello-computer, insieme alla trasmissione di messaggi subliminali in un videogioco, al fine di ricavare le informazioni private di un individuo. Si tratta quindi di una sorta di hackeraggio del cervello.

Ecco il loro esperimento. Fanno indossare a una persona un casco ricoperto di elettrodi, l’interfaccia cervello-computer, e la fanno giocare a un videogioco per pc chiamato Flappy Whale, molto simile al famoso Flappy Bird. Il gioco consiste nel guidare una balena in un percorso attraverso le frecce della tastiera. Ma mente si gioca, in alto a destra sullo schermo del pc appaiono loghi di diverse banche americane solo per alcuni millisecondi.

Sono i messaggi subliminali. I cracker potrebbero inserire questo tipo di immagini in un gioco e impadronirsi delle registrazioni delle onde cerebrali effettuate dall’interfaccia. Così possono scoprire quali immagini ci risultano familiari, a quali reagiamo, come reagiamo, eccetera. Ne esce così un vero e proprio profilo da cui è possibile estrarre informazioni che i malintenzionati potrebbero usare per i loro sporchi affari.

I messaggi subliminali possono riguardare qualunque cosa: politica, religione, alimentazione, sessualità e così via. Le informazioni personali così raccolte potranno essere usate per imbarazzare pubblicamente, minacciare o manipolare. È quasi come leggere il pensiero: una volta che qualcuno è dentro la tua testa, è impossibile nascondere le informazioni private. Il “quasi” è d’obbligo perché il livello attuale della tecnologia non consente ancora di avere alte percentuali di accuratezza. Ma è già possibile ricavare qualche dato importante.

Una ricercatrice del laboratorio di biorobotica dell’Università di Washington, Tamara Bonaci, ha detto: “In linea generale, il problema con le interfacce cervello-computer è che con la maggior parte dei dispositivi di oggi, quando stai raccogliendo segnali elettrici per controllare un’applicazione… l’applicazione non solo sta ottenendo l’accesso alla parte utile dell’elettroencefalografia necessaria per controllare quell’app; sta ottenendo accesso anche all’intera elettroencefalografia. E quell’intero segnale di elettroencefalografia contiene ricche informazioni su di noi come persone.“.

Secondo i ricercatori, ci sono buone possibilità che in futuro questa tecnologia possa essere adottata per scopi criminali. Anche perché l’ampia diffusione di recenti tecnologie è per i criminali informatici un’occasione d’oro. Basti pensare all’app di realtà aumentata Pokemo Go: in brevissimo tempo, negli app store sono comparse versioni fasulle sviluppate per rubare dati degli utenti. Potrebbe succedere una cosa del genere anche per le app che prevedono l’uso di interfacce cervello-computer.

Insomma, l’hackeraggio del cervello è una minaccia fondata.

 

Addio privacy?

Guardiamo per un attimo il lato positivo di questa tecnologia. L’abilità di leggere e interpretare i segnali neurali potrebbe essere sfruttata anche per altre applicazioni. L’ingegnere elettronico Howard Chizeck, ad esempio, immagina questa tecnologia applicata alla visione di film. Le storie cambieranno in base alle nostre onde cerebrali, cioè alle nostre reazioni, rendendole adattabili ai nostri gusti e più coinvolgenti. Lo stesso vale per i filmati porno: la situazione cambierà in base a ciò che ci passerà per la testa.

Tutto molto interessante. Ma c’è un problema, come sottolinea Chizeck: “Il problema è che, anche se qualcuno mette a punto un’applicazione con le migliori intenzioni e non c’è niente di nefasto in essa, qualcun altro può arrivare e modificarla.“. Ed ecco spuntare versioni fittizie di app e software pronte ad ingannare gli utenti, soprattutto quelli meno esperti, e ad assimilare dati su dati.

Il pericolo più grande secondo i ricercatori, però, non è tanto la modifica e la replica di app esistenti, quanto la creazione di pubblicità malevoli. Immagina uno scenario di questo tipo: mentre navighi o giochi usando un’interfaccia cervello-computer, ogni tanto vedi spuntare annunci pubblicitari in base a ciò che hai visto online. In base alle tue reazioni, di cui magari non ti rendi nemmeno conto, compaiono offerte fatte su misura per te.

I ricercatori sostengono che dovrà esserci una privacy policy anche per quanto riguarda l’uso di interfacce cervello-computer. Gli utenti dovranno sapere in che modo i dati sulle loro elettroencefalografie verranno usati.

In merito a ciò, Chizeck ha detto: “Di solito sappiamo quando stiamo rinunciando alla nostra privacy, anche se questo sta diventando certamente meno vero con il comportamento online. Ma questo fornisce una possibilità per qualcuno di raccogliere informazioni su di te senza che tu ne sappia nulla. Quando stai accedendo a un modulo web, puoi almeno pensarci per un secondo, ‘Voglio scriverlo?‘”.

Proprio così. È questa la differenza: le onde cerebrali sono involontarie. Sono parte del nostro wetware.

I ricercatori dell’Università di Washington vogliono studiare questi problemi di privacy e di sicurezza sin da ora per evitare problemi in futuro. Sostengono infatti che avvocati, studiosi di etica e ingegneri devono collaborare per capire quali di questi dati possono essere raccolti senza commettere violazioni. Intanto, hanno pensato anche a una soluzione tecnica: una sorta di filtro che costringe le app ad accedere solo a specifici dati richiesti. Lo hanno chiamato “BCI Anonymizer“.

Una preoccupazione eccessiva per un rischio ancora lontano? Non è proprio così. Chizeck ha detto: “Sta diventando tecnicamente possibile; una volta che metti gli elettrodi sulla testa delle persone, è fattibile. La domanda è: vogliamo regolarla, possiamo regolarla, e come?“.

Lo sforzo di questi scienziati è da apprezzare. Meglio affrontare subito questi problemi prima di ritrovarsi in un mare di guai che hanno a che fare con violazioni di privacy e “consensi involontari”. Se agissimo sempre in questo modo, avremmo meno preoccupazioni al giorno d’oggi. E l’hackeraggio del cervello è una di quelle che non vorremmo mai avere. Questo è poco ma sicuro.

Fonte: Motherboard


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