Douglas Rushkoff

Douglas Rushkoff: gli algoritmi elimineranno lavori e limiteranno le nostre personalità

L’industrializzazione digitale continua: i processi produttivi sono sempre più automatizzati e algoritmi sofisticati stanno sostituendo gli impiegati umani. Secondo Douglas Rushkoff, teorico dei media, scrittore e professore alla City University of New York, l’industrializzazione è la separazione dei lavoratori dalle loro attività e oggi questa prosegue inesorabilmente attraverso il mercato digitale.

Douglas Rushkoff evidenzia i vantaggi e gli svantaggi nell’applicazione di algoritmi nei i processi lavorativi: se si risparmia, se si crea valore e per chi, e se producono un reale vantaggio competitivo. Le sue domande ci spingono a riflettere: forse la soluzione sta nel trovare un certo equilibrio tra algoritmi e competenze umane. C’è solo una certezza: per agire in modo corretto in un mondo così competitivo, abbiamo bisogno tutti di essere più consapevoli sulle dinamiche dell’universo digitale.

Di seguito il suo intervento per Big Think, con la relativa trascrizione in italiano.

Gli algoritmi elimineranno i lavori e limiteranno le nostre personalità

 

“Quello che le persone devono ricordare è che l’oggetto dell’industrialismo non era creare più cose meglio e velocemente. Era scollegare il lavoro dal valore che avevano creato. Quindi, se ho una fabbrica di scarpe, non voglio assumere calzolai e ciabattini costosi nel mio business. Voglio andare al parcheggio di Home Depot, trovare un gruppo di stranieri privi di documenti e pagarli due centesimi all’ora. Per cui spiegherò loro qualcosa che richiederà 15 minuti, insegnerò loro come piantare un chiodo nella scarpa e poi passarla al prossimo ragazzo. In realtà, la persona che capisce come funziona tutto questo è mio nemico.

Quindi si prosegue fino ad oggi, dove implementiamo tecnologie digitali. Proviamo a crearle in modi per sbarazzarci delle persone. Non vogliamo dipendenti. Se hai bisogno di esseri umani, come raggiungi la scala industriale? Deve essere un algoritmo. Il modo più facile per pensarci è che la prima interazione con un computer per la maggior parte delle persone è stata con un sistema di segreteria telefonica. E certo, capisco che una società ha una receptionist umana seduta lì. Lei ha uno stipendio. Ha il sussidio. Ha un pacchetto assicurativo. Sbarazzati di lei. La ‘inerisci’ in un computer, così chi contatta la tua società impiegherà un po’ più di tempo per superare tutti quei menù. Risparmierai molti soldi e ti fa sembrare altamente tecnologico.

Ma mentre risparmi denaro, tutti coloro che chiamano la società ora trascorrono più tempo tra i menù. Hai effettivamente creato più lavoro, non di meno. Hai esternalizzato il costo della tua receptionist umana verso tutti gli altri. Allora cosa fanno? Ora tutti devono avere operatori informatici perché devono esternalizzare il costo verso tutti gli altri. Tutti finiamo col spendere più tempo ed energia navigando attraverso questi menù rispetto a quando assumevamo qualcuno, perché siamo molto prevenuti contro l’assunzione, perché il prezzo delle azioni di una società salirà. Se questa può mostrare che ha assunto meno persone, ci ritroviamo col perpetuare quel sistema.

Così, quando implementiamo tecnologie digitali per togliere di mezzo le persone, per farle fuori dalla società, finiamo davvero con l’uccidere l’unica competenza che abbiamo. Se stai usando gli algoritmi e i big data per capire la tua prossima linea di prodotto piuttosto che i deisgner, qual è il tuo vantaggio competitivo? L’altra azienda sta usando gli stessi dati e probabilmente sta assumendo le stesse società di analisi di big data per capire l’andamento futuro. Così ora sei stato trasformato in un prodotto. No, nell’era digitale devi invertire. Tu vuoi le persone più qualificate che puoi trovare in modo che il tuo business possa in effetti differenziarsi da tutte le altre piattaforme algoritmiche automatiche che non hanno senso.

Ciò che i consumatori devono capire è che c’è una proposta di valore per tutto quello che usano. Devono essere in grado, e attualmente non possono, di chiedere a loro stessi: ‘Questa piattaforma crea valore per me o sono io che creo valore per essa? O c’è uno scambio di cui sono consapevole e che mi sta bene?

Voglio vivere la mia vita sociale su Facebook? Questo è uno scambio che mi piace? Mi piace definirmi in quel modo? Mi piacciono questi pulsanti di opzione? Voglio presentare me stesso al mondo con questa piattaforma e mi sta bene che sanno tutto di me? Non lo so.

Mi sta bene ricevere notizie e informazioni attraverso un newsfeed che è algoritmicamente ottimizzato per farmi cliccare su cose, per limitare e farmi capire chi sono? Mi sta bene vivere su una piattaforma che sta usando i miei dati del passato per pubblicizzarmi e commercializzarmi un futuro che ancora non ho deciso di vivere?’

Se loro sanno che c’è un 70 od 80% di possibilità che possa mettermi a dieta in un mese, cosa avranno intenzione di fare? Iniziano a riempire il mio newsfeed con ‘Hey, sembri abbastanza grasso. C’è qualcosa di sbagliato con te’. E proveranno a guidarmi nell’essere più costante con il mio profilo, a rendermi un consumatore più prevedibile e cooperativo.

Penso possa andare bene nel caso fosse una dieta, e quindi mi incoraggeranno a seguirla. Ma per quanto riguarda l’altro 20% delle persone? Che dire di quello che avrei potuto fare, invece? Che dire dell’imprevedibilità che mi avrebbe reso diverso dal ragazzo accanto e che mi avrebbe permesso di innovare qualcosa? Che mi avrebbe permesso di avere una nuova idea, di avere una vita personale più strana e anomala?

Beh, forse mi va bene arrendermi a ciò. Forse voglio essere più come il resto del mio profilo statistico. Ma almeno dovrei saperlo. Forse dovrei sapere che i miei risultati di ricerca sono diversi dai tuoi. Perché? Perché Google vuole che io faccia qualcosa. Google vuole aiutarmi ad essere il vero me. Ma come fanno a sapere qual è il vero me? Qual è l’algoritmo che stanno usando e a quale scopo?”


Si chiude con un paio di interrogativi questo interessantissimo intervento di Douglas Rushkoff. Come a dirci che non dovremmo essere troppo superficiali nell’utilizzo delle piattaforme online. Ma partiamo dall’inizio.

Douglas Rushkoff introduce il discorso descrivendo quello che è il classico beneficio per un’azienda che può fare affidamento su algoritmi: costi minori. Dopo un primo importante investimento, chi dirige l’impresa non dovrà preoccuparsi degli stipendi, delle assicurazioni, eccetera. Ma automatizzare il tutto, crea davvero dei vantaggi che ci consentiranno di avere la meglio competitor? Solo in parte, sostiene Douglas Rushkoff. Il valore di un prodotto consiste soprattutto nel suo essere diverso da tutti gli altri, nel non essere standardizzato. E questo non è certo un lavoro per gli algoritmi: è un lavoro per persone specializzate, che sfruttano la loro creatività, ovvero una qualità esclusivamente umana.

D’altra parte, è anche vero che le piattaforme ci facilitano molto le cose. Più dati forniamo loro e più tutti i processi di acquisto, condivisione e conversazione ci risultano facili ed intuitivi. Ciò che ci spinge ad utilizzarle è la loro presunta gratuità: presunta perché, in realtà, le paghiamo fornendo loro i nostri dati: nome, cognome, età, sesso, luogo di nascita, interessi, e così via. Ed ecco spiegate le pubblicità mirate, le offerte che potrebbero soddisfare i nostri bisogni. Bisogni che forse, ancor prima di navigare, di conversare con parenti e amici sul web, non avevamo. Quella dei dati personali è una faccenda molto delicata descritta anche dal futurista Gerd Leonhard che ha espresso le sue preoccupazioni sul funzionamento di Facebook.

Ciò che i consumatori devono capire è che c’è una proposta di valore per tutto quello che usano“, dice Rushkoff. La proposta di valore, la promessa dell’azienda che offre quel prodotto o quel servizio che migliorerà la nostra vita. Siamo noi che facciamo una scelta autonoma o sono le piattaforme a spingerci ad agire in determinati modi? Siamo liberi di esprimere noi stessi o le nostre personalità sono limitate dalla vetrina personale che vogliamo mostrare agli altri? E poi, quella che forse è la domanda più importante, ci sta bene tutto questo?

Per rispondere davvero a quest’ultimo quesito, bisogna avere un certo grado di consapevolezza della situazione. Cioè bisogna sapere in generale come funzionano i motori di ricerca come Google, che i risultati di ricerca si differenziano in base agli interessi e alle navigazioni degli utenti, che nei termini e nelle condizioni d’uso che accettiamo per un’app o una piattaforma diamo il consenso alla condivisione di una bella fetta di dati personali e di informazioni sui nostri dispositivi. Bisognerebbe dare un certo peso a questi dettagli. Una buona formazione scolastica/accademica sul funzionamento e sulle modalità di utilizzo delle piattaforme digitali potrebbe essere una soluzione per aumentare la consapevolezza e la responsabilità.

Se sappiamo come funzionano queste piattaforme digitali, allora potremo decidere davvero se tutto questo ci sta bene, se ne vale la pena e se per noi “dati in cambio di servizio gratuito” è uno scambio equo e conveniente. Altrimenti non possiamo in alcun modo intavolare un discorso sull’autonomia decisionale nei confronti di applicazioni, siti e servizi online.

Infine, Douglas Rushkoff ci vuole far riflettere su due questioni. “Google vuole aiutarmi ad essere il vero me. Ma come fanno a sapere qual è il vero me? Qual è l’algoritmo che stanno usando e a quale scopo?“. Loro non sanno qual è il vero te, ma possono ricostruire le tue abitudini, i tuoi interessi, ciò che ti piace e che non ti piace, attraverso i dati che fornisci loro durante la navigazione. Google non ci svelerà mai del tutto come funziona il suo algoritmo perché “la persona che capisce come funziona tutto questo è [un suo] nemico“, giusto? E Google non vorrà mica averci come nemici, proprio noi che siamo il motore del suo motore di ricerca? Lo scopo di ogni azienda è innanzitutto fare soldi, non dimentichiamolo mai.

Fonte: Big Think


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