Un chip

Un ufficio svedese impianta microchip sotto pelle ai dipendenti

L’ufficio svedese Epicenter impianta dei microchip sotto pelle ai suoi dipendenti per consentire loro un facile accesso all’edificio. Domanda: ci stiamo avviando verso una società distopica dove le aziende e governi adottano questo tipo di tecnologia per controllarci? Forse si, forse no. Chi può dirlo? Ma vediamo nel dettaglio cosa è successo in Svezia.

 

Il microchip

L’ufficio Epicenter di Stoccolma ospita startup e aziende del calibro di Google e Microsoft e, attraverso un microchip impiantato sotto pelle tra pollice e indice con una particolare siringa, permette ai suoi dipendenti di aprire porte, accendere/spegnere la fotocopiatrice, interagire con gli smartphone, bloccare/sbloccare la bici e controllare altri dispositivi.

Ma non finisce qui. Secondo Hannes Sjoblad, capo della società che ha progettato i microchip (BioNyfiken), questa tecnologia verrà adottata anche per acquistare il cibo nella mensa e per sostituire le password di accesso ai computer: “Vogliamo comprendere a fondo questa tecnologia prima che grandi aziende e governi vengano da noi e ci dicano che tutti dovrebbero essere chippati – il chip dell’ufficio delle imposte, il chip di Google e il chip di Facebook.“.

Sjoblad sembra essere molto cauto sulla questione. Però poi ha aggiunto: “Anni fa ci fu la paura per le vaccinazioni e ora sembra essere perfettamente normale avere delle cellule iniettate dentro di noi. Questo è un primo esempio di biohacking [o biopirateria, nda].” Biohacking: la biologia mista all’etica degli hacker. Fin quando si tratterà di soli hacker, ok. Il problema sarà la biologia mista alla non-etica dei cracker.

Comunque, sono i primi passi verso l’affermazione dell’internet delle cose. In un ufficio come quello di Epicenter, i dipendenti hanno tutto o (quasi) a portata di mano. Serve una dimostrazione? Guarda questo video.

 

E i dipendenti cosa ne pensano?

L’impiegato nel video sostiene che i microchip cutanei renderanno la vita delle persone “easier“, più facile. Ma sono tutti della stessa opinione? A quanto pare no. Per ora, alcuni dipendenti dell’Epicenter non hanno intenzione di farsi impiantare il microchip. Il motivo principale è evidente: preoccupazione per la privacy. Al momento, inoltre, i dipendenti sono liberi di scegliere se “indossare” il microchip o meno.

Essere tracciati è una delle nostre paure più grandi, anche se “non abbiamo nulla da nascondere”. Le aziende potranno assicurarci quanto vogliono, ma un pizzico di disagio, almeno per chi è consapevole, ci sarà sempre. D’altronde, un “malintenzionato dell’internet” potrebbe accedere ai nostri dati personali e scoprire i luoghi che abbiamo visitato, a meno che non si crei un sistema di protezione adeguato. Ma al giorno d’oggi, chi può garantirci sicurezza? E chi può dire di sentirsi assolutamente sicuro sul web?

Un giornalista BBC ha chiesto a un dipendente se indosserebbe il microchip dell’Epicenter. Ecco la risposta: “Assolutamente no. Questi strumenti, leggibili a distanza con la tecnica delle radiofrequenze, sono da sempre oggetto di una serie di angosce (riguardo la privacy e la sorveglianza onnipresente) e di tante teorie cospirative che su internet circolano parecchio.“.

Non c’è nulla da fare: è sempre colpa dei complottisti, cospirazionisti e di internet. Dannazione, rovinano tutti i piani!

 

Ancora previsioni

Ultimamente si leggono spesso le previsioni tecnologiche dei grandi futuristi. Uno dei più grandi, Ray Kurzweil, ne ha qualcuna anche per quanto riguarda i microchip sotto pelle, o meglio, di dispositivi impiantati nel corpo in generale. Secondo il noto sostenitore del transumanesimo e della singolarità, infatti, entro 20 anni gli smartphone verranno impiantati nel cervello.

Verso il 2029, gli smartphone e i computer verranno impiantati direttamente sulla retina dei nostri occhi e nelle nostre orecchie. Si verrà a creare una “sottoclasse umana” che rifiuterà di farsi impiantare microchip. Coloro che accetteranno simili tecnologie, quindi, considereranno questa “sottoclasse” come un gruppo di persone retrò, improduttivo, che non è disposto ad accettare la singolarità e le sue conseguenze.

Avrà fatto delle previsioni giuste anche questa volta il nostro Kurzweil? Ti dico la mia. Se un’azienda o qualsiasi altro tipo di associazione mi chiedesse di farmi impiantare un microchip sotto pelle io risponderei “No, grazie”. È troppo presto, conosco poco questa tecnologia e riesco solo a pensare agli scandali recenti riguardo la sorveglianza di massa (Datagate). E forse non lo accetterò mai, conoscendomi.

Tuttavia, mi piacerebbe provare una tecnologia che monitori la mia salute, che mi tenga aggiornato sul mio stato psico-fisico, che fornisca al mio medico di fiducia tutte le informazioni necessarie, che mi faccia accedere ai miei dispositivi con una comodità mai provata prima, che sfrutti l’internet delle cose a mio piacimento. Tutto questo sarebbe grandioso se non ci fosse il rischio di vedere i propri dati nelle mani di qualcuno che non conosco. Uno scenario impossibile? Chissà…

Intanto, credo che le parole dell’impiegato contrario al microchip non debbano essere sottovalutate. Dietro queste “angosce”, queste preoccupazioni, questo pensar male, spesso ci sono degli elementi che potrebbero renderci più attenti e consapevoli.

Fonti: infowars, blitzquotidiano
Immagine: Flickr


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